Poli opposti | Recensione

POLI OPPOSTI (Italia, 2015) di Max Croci, con Luca Argentero, Sarah Felberbaum, Giampaolo Morelli, Anna Safroncik, Riccardo Russo. Commedia romantica. ** ½

Diffidare sempre delle sceneggiature scritte a dodici mani; ma capire perché siano state redatte da sei teste. Forse perché Poli opposti è un film di produzione molto studiato, molto ragionato, molto programmato, forse troppo, che risponde a due esigenze, l’una commerciale e l’altra più stilistica.

La prima è portare al cinema i principali fruitori delle sale: gli spettatori romantici. Sono cose di cui ti accorgi – pare banale dirlo – osservando il pubblico in sala: e se consideriamo l’orario pomeridiano, il giorno infrasettimanale e la festa del cinema a tre euro, ecco un catalogo di coppie giovani, signore di mezz’età, studentesse universitarie e perfino un professore di storia del cinema.

La seconda s’incrocia con la prima ma ha una sua dimensione più trasversale: Poli opposti è un esempio di cinema medio con propositi transazionali che vuole sprovincializzare la stantia commedia italiana contemporanea con consapevolezza ed ambizione.

Per di più – e poi la smetto con gli incasellamenti – il film appartiene a due categorie: all’affollata famiglia dei “carini” di cui è pieno il cinema italiano (è tutto così carino qui dentro); e al blasonato genere della commedia sofisticata, che in Italia raramente c’è riuscito.

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Scopertamente devoto più all’irraggiungibile modello classico alla Leo McCarey e George Cukor (gli interni raffinati, i vestiti eleganti, le musiche evocative: borghesia portami via) che ai più recenti Rob Reiner (un po’ di spregiudicatezza nella festa di Giampaolo Morelli) o Anne Fletcher (un nome per tutti i registi medi del genere), Poli opposti, pur mettendo in gioco topos del genere (famiglie disfunzionali, bambini in cerca di genitori, love story altalenante, il bacio sotto la pioggia) e qualche gag (notevole Morelli col figlioletto), perde quota quando, nella sua risoluzione narrativa giustamente prevedibile, sceglie di introdurre una dimensione screwball che non sa reggere se non in funzione di (in)evitabili colpi di scena.

Poco male: è un esordio dignitoso con una coppia d’attori molto in parte, in cui segnalerei la costante maturazione nell’ambito della commedia di Luca Argentero, corpo brillante che bagna il naso più a George Segal che a Cary Grant. In più presenta un ragazzino scritto onestamente nel passaggio dalla pubertà all’adolescenza: è il bravissimo Riccardo Russo.

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