Suburra | Recensione

SUBURRA (Italia, 2015) di Stefano Sollima, con Pierfrancesco Favino, Elio Germano, Claudio Amendola, Alessandro Borghi, Greta Scarano, Giulia Elettra Gorietti. Noir. *** ½

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«Nun je da’ retta Roma, che t’hanno cojonato» stornellava il morituro Gigi Proietti nell’epilogo di uno dei film più belli di Luigi Magni, La Tosca, la cui protagonista epigona infine si suicidava gettandosi da Castel Sant’Angelo. Viene da lontano, insomma, l’approccio da parte del popolo indolentemente votato alla disillusione nei confronti del malaffare capitolino, d’ogni grado ed estrazione.

In questo caso, poi, il contesto della grande bellezza romana, mitizzata dalla decadenza estetizzante di Paolo Sorrentino, instaura un feroce rapporto di forza con la narrazione, che non può far a meno di chiese eterne e palazzi un tempo nobiliari per sottolineare la costante perversione di una città sospesa tra buffi e sangue.

Da cui l’immortalità della Suburra, la sub-urbe dell’antica Roma, monumentale e proletaria, ove abitarono anche Marziale («sunt bona, sunt quaedam mediocria, sunt mala plura» e non è certo epigramma recente quello del lungimirante poeta) e Giulio Cesare (sulla cui biografia è superfluo soffermarsi).

Questo preambolo, se volete ozioso, mi serve per riflettere sulle origini di Suburra, che certamente sono quelle del Romanzo criminale – perlomeno da un punto di vista editoriale, narrativo, storico, giudiziario – ma anche del romanzo (criminale) di una città eterna parimenti nelle proprie corruzioni morali. È una storia che viene da lontano e s’alimenta di un universo-altro rispetto alla capitale (e quindi alla storia della capitale), che appartiene ad un genere codificato e alla sua evoluzione postmoderna.

Il gioco del “chi-è-chi” può appassionare lo spettatore occasionale magari non del tutto avvezzo alle dinamiche cinematografiche: tuttavia, vuoi per le recenti notizie, Suburra finisce per essere un cortocircuito tra cronaca e fiction, per assurdo un (in)volontario instant movie sulla scoperta del male, e così è scopertamente immediato il parallelismo tra personaggi e persone.

È un meccanismo che affascina nella fruizione immediata ma pare limitarne la potenza: etichettati nelle locandine con le proprie funzioni (l’onorevole, il pr, il re di Roma, la escort, il boss di Ostia…), i personaggi rischiano da una parte uno schematismo che appartiene al b-movie e dall’altra risentono di una disomogeneità tra comportamento flat e deriva round che può apparire perfino interessante nell’analisi della loro presunta complessità.

È comunque indubbio che il loro destino soffra di una prevedibilità quasi da manuale, come se la fine sia preventivamente visibile tra le rughe dei volti e i peli delle barbe. A differenza di Romanzo criminale versione Placido, il sottobosco di Suburra non garantisce l’imprevedibilità della vita, adeguandosi ad una logica che appartiene più alla serialità.

Non a caso, la parte centrale del film, tra il prologo e l’epilogo di ridondante retorica (e va bene così), evidentemente maneggiata a lungo, sembra necessitare di un tempo maggiore e a farne le spese sono più i personaggi che le varie trame incrociate.

L’impegno di Sandro Petraglia e Stefano Rulli, in cooperazione con Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, autori del romanzo d’origine, è comunque ammirevole per il tentativo di rinnovare la vena civile del loro cinema corale e tematico.

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Certo, c’è troppa carne al fuoco, c’è la tendenza a voler bignamizzare i mille frammenti di un eterogeneo tessuto sociale criminale parzialmente riscattata dalla buona e lecitamente pretestuosa tessitura della trama: un onorevole di destra finisce in un casino sessuale e si fa aiutare dal rampollo della potente comunità sinti, che intanto assoggetta un fatuo pierre indebitato; al politico offre un aiuto interessato il faccendiere col grande passato, che sta lavorando assieme ad un boss di Ostia ad un grosso progetto edilizio, in cui vogliono entrare anche i sinti; sullo sfondo, il papa medita di dimettersi.

Ambientato, con qualche modifica, nei giorni della caduta del quarto governo Berlusconi, è una discesa agli inferi più violenta che crepuscolare, moderatamente devota concettualmente al simbolismo dei Cadaveri eccellenti e dei Todo modo e con una novità nella rappresentazione dell’universo zingaro (scenografie di Paki Meduri), verso “l’apocalisse”, in realtà risolta con una metafora forse blanda che non è il caso di anticipare.

Scomodando il cinema politico degli anni settanta, non si afferra per il verso giusto Stefano Sollima, il regista più internazionale e muscolare emerso negli ultimi anni nonché unico alfiere del cinema nazionale di genere.

Sfruttando il testo degli esperti sceneggiatori, Sollima coglie l’opportunità di esprimere la propria idea di “spettacolo d’autore”, bagnando il naso alla ragionata tensione di un De Palma e all’iconografia del poliziottesco, all’afflato epico di Scorsese e all’istinto artigianale del padre Sergio.

Un regista onnivoro, freddo, spietato che sa mettere in scena il male con un repertorio di riti e miti ora ideali ora sublimati: se la pioggia inonda tutto, sporcando anche il sonoro per imporre attenzione e suscitare inquietudine, le luci polari anche negli interni (la sparatoria è di sapiente fattura) o virate in un rossastro suggeriscono l’ipotesi di un’imminente fin du monde (fotografia di Paolo Carnera; montaggio di Patrizio Marone; sonoro di Maricetta Lombardo), i primi piani obliqui o i campi medi non dimostrano mai un affetto o un’attrazione nei confronti dei protagonisti, il bene latita senza darci problemi.

Non sempre ben serviti dal copione, gli attori confermano l’idea di essere migliori del sistema-cinema che abitano: ma se il selvaggio Adamo Dionisi è una rivelazione con quella lingua di fuori che l’accomuna al suo cane rabbioso, Alessandro Borghi e Greta Scarano sono conferme di malinconica brutalità, e Claudio Amendola regna sovrano nella sua ieratica e nostalgica iconografia di quel che resta del romanzo criminale.

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