Io che amo solo te | Recensione

IO CHE AMO SOLO TE (Italia, 2015) di Marco Ponti, con Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Michele Placido, Maria Pia Calzone, Luciana Littizzetto, Antonio Gerardi, Eugenio Franceschini, Antonella Attili, Dino Abbrescia, Michele Venitucci. Commedia romantica. **

Io che amo solo te è una bellissima canzone di Sergio Endrigo, coverizzata da molti interpreti nell’arco di mezzo secolo, con un titolo così semplice da apparire quasi banale, nonostante il testo del grande cantautore sia un delicato spettacolo di tenerezza, malinconia, nostalgia.

Il torinese Luca Bianchini l’ha scelta come leitmotiv del suo bestseller eponimo, che ha appassionato un pubblico anagraficamente trasversale di lettori (soprattutto donne), così folto da meritare un breve seguito (La cena di Natale). Questi presupposti intendono lasciar emergere un elemento fondamentale da cui non si può prescindere: Io che amo solo te è un film per il pubblico, sfacciatamente commerciale, accattivante, ruffiano, modaiolo, ruspante, semplice.

La matrice pubblicitaria del sopravvalutato Marco Ponti, coi suoi paesaggi da cartolina costantemente luminosi e la rappresentazione di corpi esteticamente impeccabili (gli affiatatissimi Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti all’ennesimo appuntamento col divismo), s’incontra con l’antica tendenza del nostro cinema popolare strapaesano, sottolineata da caratteristi farseschi e sopra le righe (Antonio Gerardi, Dino Abbrescia, Luciana Littizzetto e troppi altri) in un paese meridionale pettegolo e rilassato: una furba e ben congeniata operazione di cassetta di Fulvio e Federica Lucisano, che continuano a rincorrere ancora un’idea di commedia popolare un minimo inventiva (qui c’è molto del “film di produzione”).

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Naturalmente la magnifica location di Polignano a Mare ammicca lo spettatore, nonostante la stucchevole invasione di scenari pugliesi nel cinema italiano dell’ultimo decennio, gli stereotipi regionalistici (il poco azzeccato coro greco della “signora Labate”) trionfano accanto alle suggestioni di una lontana emancipazione (la Bari “dissoluta”, le moderniste sarte di Milano), evidenziando la rassicurante chiusura in un mondo in cui nulla può cambiare, figurarsi un amore mai dimenticato.

Malgrado il consueto gigionismo di Michele Placido e l’inedita passionalità di donna Maria Pia Calzone, il tema dell’amour fou non è ben sviluppato, anche se c’è un ballo abbastanza emozionante (bravissima Antonella Attili, moglie non amata di Placido). E così, con una sceneggiatura che fa acqua un po’ dappertutto, alla fine il film spariglia e semplifica senza pensier accarezzando scaltramente l’apprezzamento istantaneo del suo pubblico annunciato.

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