Moira vuol dire destino

Moira vuol dire destino e forse Dino De Laurentiis immaginava una buona sorte cinematografica quando ribattezzò così la romagnola vagante Miranda Orfei, erede di una celebre famiglia circense. Nonostante una prolifica carriera davanti alla macchina da presa nei bellissimi anni sessanta, Moira Orfei non resta nell’immaginario esclusivamente filmico e forse nemmeno De Laurentiis, spesso folle nelle sue fantasie da grande produttore qual era, credeva nella sua spendibilità al cinema al di là della simpatia di qualche curiosa esperienza.

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Mai particolarmente memorabile né protagonista di capolavori, la ragazzotta riesce però a ritagliarsi un suo spazio (esordisce sotto Coletti in Sotto dieci bandiere con il mastodontico Laughton e il debuttante Volontè) e soprattutto contribuisce, in qualche modo, alla costruzione del suo mito. Ultima regina di un mondo fuori dal mondo, Moira muore oggi nella sua pazzesca casa mobile, un trionfo del kitsch di cui era regina incontrastata. La sua partecipazione più notevole è certamente la signora Casellato di Signore & signori, dimenticato capolavoro di Germi nonché uno dei definitivi film sulla provincia italiana.

Il mito di Moira ha a che fare anche con le evocazioni di questo ruolo: i modi spicci di una pragmatica signora di provincia e i vezzi un po’ sopra le righe di una diva con l’incredibile cofana in testa. Lo capisce giustamente il devoto Fellini de I clowns che Moira, col trucco esagerato e il cerone stuccato sul volto, è una maschera che appartiene ad un universo irreale, alla fantasia, al gioco, alla disperata malinconia del mestiere dell’allegria.

Forse il mancato divismo cinematografico di Moira Orfei risiede nel fatto che nei suoi film non c’è la sua maschera: una decina di peplum diretti dagli scafatissimi come Bragaglia, Caiano, Costa, Leonviola in cui è quasi sempre cattivissima in virtù della fisicità importante, qualche parodia come oggi non se ne fanno più (è nel Totò e Cleopatra, nel Monaco di Monza e in una mezza dozzina di farse con Franco & Ciccio), sporadiche collaborazioni più autoriali (è nell’harem del mediocre Casanova ’70 di Monicelli e nel capo d’opera di Risi, Profumo di donna).

moira-fellini

Accanto a Germi, si ricorda la matronale vedova Adelaide che tenta di sedurre il timido Manfredi nel formidabile Straziami, ma di baci saziami ancora di Risi e almeno a livello puramente informativo da segnalare le due incursioni cinepanettonare, partecipazioni che testimoniano il suo status divisitco al di là del cinema: in Vacanze di Natale ’90, doppiata in marchigiano da Isa Di Marzio, sevizia il marito-servo De Sica e nel trashissimo Natale in India presenta i tremendi menomati Fichi d’India star del suo circo.

Mai grande attrice ma grandissima icona come pochissime altre in Italia, ci piace ricordarla bonaria e tagliente sulla sua sfarzosa carovana tra piadine ed elefanti, ultima sacerdotessa di un mondo in never ending tour che un po’ scompare con lei.

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