La felicità è un sistema complesso | Recensione

LA FELICITÀ È UN SISTEMA COMPLESSO (Italia, 2015) di Gianni Zanasi, con Valerio Mastandrea, Hadas Yaron, Giuseppe Battiston, Filippo De Carli, Paolo Briguglia. Commedia drammatica. ***

Eppure ci ha pensato a lungo Gianni Zanasi prima di illuminarci nuovamente un po’ di grazia con un nuovo film dopo il mai dimenticato Non pensarci. È sempre l’ormai infallibile Valerio Mastandrea (perfetto nel controllare sobrietà, disagio, cinismo, ironia, follia, tenerezza) l’abitante del suo cinema di sconfitti che cercano il modo per svincolarsi dalla deriva, anche se qualcuno dice che la felicità è un sistema complesso e tanto vale perseguire un ideale di vaghissima ed enfatica purezza o di divina semplicità.

E invece no: le cose sono più complicate, come sostengono andreottianamente i grandi industriali che gestiscono le delocalizzazioni nel villaggio globale, nonché pronti a far fuori l’inadempiente rampollo di turno – e il lavoro del protagonista è proprio convincere chi è di troppo ad andare via per poi trasferire l’azienda sotto il giogo dei “cattivi”.

Introdotto da un breve ma notevole pianosequenza festaiolo, che non solo dà la cifra del talento pindarico del regista (diciamo che la splendida sequenza del funerale deve qualcosa anche al montaggio di Rita Rognoni) ma anche della necessità professionale del protagonista di nascondersi dietro una maschera, la commedia più seria ed originale dell’anno si prende i propri tempi lavorando sul tema della fuga: metaforizzata dalla morte che muove la vicenda dei due ragazzi orfani ereditieri (i Lievi tutt’altro che leggeri), attivata dai fallimentari rampolli e dai familiari del protagonista (l’altro grande tema è la colpa o comunque le conseguenze della responsabilità), accarezzata dallo stesso antieroe perché l’ha rinnegata e metabolizzata da decenni, ostacolata al personaggio di Giuseppe Battiston che esplode sorprendentemente nel corso della narrazione.

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La felicità è nella fuga per espiare le colpe? La fuga onirica di alcuni passaggi (la lievitazione, per dire), anarchica nel sovvertimento dell’ipocrisia alto borghese (il tuffo in piscina, la camicia senza cravatta), oppure suggerita dall’inondante ma significante colonna sonora che convoglia la storia verso un’alternativa alla realtà, al capitalismo malato, alla latitanza dell’umano, magari dentro un pub in cui intonare una buffa canzone d’amore.

E, sì, c’è troppa roba, un sovraccarico di cose da dire che forse confina con la generosità, l’ambizione di girare un film intimo ed universale sulla crisi ai piani alti senza cedere al didascalismo dell’engagé: però c’è qualcosa da dire e c’è il modo di saperla dire.

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