Il caso Spotlight | Recensione

IL CASO SPOTLIGHT (SPOTLIGHT, U.S.A., 2015) di Tom McCarthy, con Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel MaAdams, Liev Schreiber, Stanley Tucci, John Slattery, Brian d’Arcy James. Biografico drammatico. *** ½

Anzitutto Spotlight non è un caso: come si sa, è la cellula redazionale del The Boston Globe che si occupa delle inchieste più complesse. Siamo, quindi, dentro la redazione di un quotidiano, luogo in cui il cinema americano più engagé riesce a presentare la sua dimensione civilmente più presentabile: il giornalista diventa il paladino della buona battaglia, l’idealista che si scapicolla in lungo e in largo per fare giustizia sulla carta stampata e poi, magari, nell’aula di tribunale, trovando insomma l’occasione di riscattare la grande nazione americana attraverso il proprio grande gesto.

Tutti gli uomini del presidente è in questo senso il nume tutelare e c’è molto di quel cinema seventies qui dentro: la tensione eroica del common man, la convinzione che un buon lavoro possa contribuire al bene comune, lo sguardo all’altezza dell’uomo.

È un solido e rigoroso thriller cronachistico Spotlight, che racconta l’indagine condotta dal team attorno a moltissimi casi di preti pedofili disgraziatamente insabbiati dall’arcivescovo di Boston. La differenza coi film affini dei decenni precedenti sta forse nel suo irreversibile pessimismo: a venire meno non sono i valori della nazione ma i comportamenti dei singoli individui.

Da una parte c’è il dolore delle vittime probabilmente impermeabile alle condanne dei carnefici; dall’altra assistiamo al crollo del giornalista che non aveva voluto approfondire, del cittadino che non aveva voluto vedere, dello studente che non si era accorto di niente. Il volto segnato del rigenerato Michael Keaton (già cronista d’assalto un ventennio fa) racconta perfettamente il turbamento dell’integrato al sistema che decide di ribellarsi nei termini del suo lavoro.

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Se egli è l’unico a vivere da dentro la scoperta dell’orrore e il più teso al contagio della verità presso i concittadini increduli, con la parziale eccezione del padre di famiglia meno inserito nei meccanismi della città (Brian d’Arcy James), coloro che davvero smascherano la tragedia sono degli outsider: un portoricano che corre sempre, una ragazza in crisi di fede, un direttore ebreo, un avvocato di origini armene.

L’altro bostoniano della redazione, il caporedattore John Slattery, è non a caso il più scettico e meno disposto a dar credito alle accuse: come Keaton ma con meno implicazioni idealistiche, è il referente della perdita dell’innocenza di una città fiera ed omertosa fondata sul ruolo della chiesa cattolica.

Naturalmente non è un film contro la chiesa cattolica – e forse non c’è bisogno di sottolinearlo. Certo, il pesantissimo tema della responsabilità delle gerarchie ecclesiastiche negli insabbiamenti è centrale, così come centrale e davvero capitale nell’economia del film è il rapporto della nazione con il proprio rimosso, simbolicamente esploso con la tragedia delle Torri Gemelle in una corretta lettura sulla fine di un’epoca.

Tom McCarthy lavora sulla scoperta della verità con un atteggiamento limpido: il carrello all’indietro durante la telefonata di Snipe comunica il distacco da una storia (parola che torna spesso nelle chiacchiere degli scafati giornalisti) potenzialmente troppo coinvolgente che ha bisogno di un racconto secco, denso, onesto.

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