Ridendo e scherzando | Recensione

RIDENDO E SCHERZANDO (Italia, 2016) di Paola e Silvia Scola, con Ettore Scola, Pif. Documentario. *** ½

La recente tendenza di produrre documentari sui protagonisti del nostro cinema, sovente con la partecipazione dell’illustre personaggio ivi raccontato, ha generato alcuni interessanti ritratti che hanno se non altro il merito didattico e memorialistico di offrire profili critici, storici, personali nella forma cinematografica in cui quelli stessi protagonisti hanno lasciato indelebili tracce.

Tra i migliori della serie, forse complice la commozione del lutto, c’è questo Ridendo e scherzando, atto d’amore di Paola e Silvia Scola al padre regista, filtrato dalla presenza di Pif. Nel dialogo tra i due, il giovane ha una funzione comica: buffo e deferente, lambisce la pigrizia del vecchio maestro e ne esalta il lato fieramente cazzaro e la dimensione dichiaratamente stronza.

Da par suo, Scola gioca a farsi intervistare non facendosi intervistare, bramando la fine dello sforzo (la carrellata di «mi pare che sia tutto» è una minacciosa dichiarazione d’intenti), buttando qua e là qualche nota a margine agli interventi selezionati dalle autrici.

La particolarità di questo documentario sta proprio nella memoria dentro la memoria, in Scola che riguardando se stesso cerca di collegare pensieri e ricordi, ridimensionare se stesso e celebrare l’indimenticata generazione di magnifichi cialtroni della quale era l’ultimo superstite.

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Più dell’esegesi dei film sollecitata da Pif per temi, valgono le liti che cementano l’amicizia di Age e Scarpelli, Sordi comico antipatico e testimone di nozze, le compagne di scuola che Amidei temeva di sposare, De Sica elegantissimo che gira Ladri di biciclette, i pranzi con Troisi in cui si citano i film con Tino Scotti e Peppino De Filippo, i turbamenti tragicomici del «devo capire se voglio essere Rosi o Risi».

E, ogni tanto, tra una scena e l’altra, i filmini familiari che sembrano usciti da La famiglia, con quella tenera e spassosa gag in cui tiene in braccio il nipotino che sposta il lampadario: «che vuoi fare, una luce alla Siodmark?».

Un testamento sorridente senza il presagio della fine, una cavalcata di derivazione fumettistica, un consapevole, pigro, lieto ritratto felicemente e amorosamente agiografico che ci rende tutti un po’ meno soli: Scola aveva il senso della comunità.

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