Le lacrime amare di Petra von Kant | Rainer Werner Fassbinder (1972)

Nell’ambito dell’annosa ed oziosa questione sul senso dell’espressione “teatro in scatola” (diciamo così: i limiti di un testo teatrale portato al cinema), Le lacrime amare di Petra von Kant può essere un illuminante esempio. Strutturato in quattro atti, drammaturgicamente abbastanza rigorosi, potrebbe apparire come una riproposizione cinematografica senza particolari invenzioni al di là della potenza teatrale d’origine.

Film estremamente claustrofobico e a volte faticoso che, malgrado e forse proprio in virtù della sua lunga durata, lascia lo spettatore con un affanno crudele, sfrutta le quattro pareti della “scatola”, parzialmente ostruite da porte che suggeriscono altre stanze non esplorate e da una finestra che dà sua un mondo che comunque resta fuori dalla stanza, attraverso sapienti ed abili escamotage di regia che dilatano l’esiguità della scena (gli specchi e i tramezzi, la cinepresa che dal basso vira verso l’alto), ottenendo il duplice risultato di rimarcare la claustrofobia e di dare respiro ai corpi in scena.

Devoto discepolo del magistero mélo di Douglas Sirk, Fassbinder immola i suoi personaggi all’amore devastante che non lascia possibilità di salvezza. La sua eroina, una stilista lesbica trentacinquenne magrissima ed alcolizzata, non trasmette una felice empatia (un po’ cinica, vagamente infida, sadica con la sottoposta e sottomessa alla giovane modella) e pur tuttavia il suo dramma straziante di amante abbandonata è talmente irrazionale da non poter non intrigare.

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Da Sirk riprende anche la poetica del colore, servendosi delle luci di Michael Ballhaus che conferiscono al film ora una plastica stilizzazione ora una dolente essenzialità. L’uso diegetico della musica (tre canzoni: i The Platters che esprimono la triste nostalgia della protagonista e Verdi che rammenta l’eterna dimensione melodrammatica) contribuisce a creare delle parentesi incisive nel disegno narrativo.

Si potrebbe anche aprire un discorso sulla borghesia di Petra e sul suo ruolo in società (anche in relazioni ai dialoghi con l’amica e con la madre, specie nell’ultimo atto), però preferisco evidenziare la lacerazione di una storia che s’intreccia con gli archetipi del mélo.

LE LACRIME AMARE DI PETRA VON KANT (DIE BITTEREN TRÄNEN DER PETRA VON KANT, Germania Ovest, 1972) di Rainer Werner Fassbinder, con Margit Carstensen, Hanna Schygulla, Katrin Schaake, Irm Hermann. Mélo. ****

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