La meglio gioventù | Marco Tullio Giordana (2003)

Lungo quarant’anni di vita italiana, dall’alluvione di Firenze del 1966 al 2004, assistiamo alle vite dei quattro fratelli Carati, figli dell’intraprendente e simpatico Giuseppe e della severa ed affettuosa maestra Adriana: Giovanna, che diventerà rigido magistrato; Nicola, futuro psichiatra; Matteo, che sceglie la polizia; e Francesca, che sposerà l’economista Carlo, amico intimo dei due maschi.

Il film si concentra principalmente sul bello e complesso rapporto tra i due fratelli, spesso in conflitto per questioni ideali e familiari: se Nicola è liberale e volitivo, seguace di Basaglia ed innamorato della brigatista Giulia, Matteo è tormentato, chiuso e spigoloso, incapace di stabilità emotiva e sentimentale. Sullo sfondo, l’Italia che sembra una canzone di De Gregori («l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste […] l’Italia che resiste»).

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Punto d’arrivo nella carriera di Stefano Rulli e Sandro Petraglia, secondo capitolo di un’ideale trilogia sul dopoguerra inaugurata da La vita che verrà di Pasquale Pozzessere, è uno dei casi più rocamboleschi nella fruizione di un prodotto. Nato per la televisione in quattro puntate, è stato congelato dalla mediocre e stolta dirigenza Rai ed infine invitato dal Festival di Cannes, ove vince il primo premio nella sezione Un certain regard. Passa in due parti al cinema, raccoglie due milioni d’incasso e pochi mesi dopo arriva finalmente in tv, riscuotendo un buon successo.

Morale della favola: un ottimo prodotto televisivo, che non tratta il pubblico da analfabeta audiovisivo e riesce a trovare la cifra del popolare, diventa una testa di serie dell’annata cinematografica (incetta di premi), un modo di dire per definire la presunta e fallace rinascita artistica di un sistema e un oggetto amato dall’intellighenzia e dal ceto medio riflessivo e detestato da un pubblico trasversale.

A distanza di qualche anno bisogna riflettere sulla sua dimensione di opera conclusiva di una certa tendenza del cinema dei vent’anni precedenti. I suoi personaggi sono una sintesi tra i caratteri emotivi della serialità televisiva e le ambizioni e le frustrazioni degli antieroi del cinema medio italiano.

È il lavoro definitivo di Rulli e Petraglia e della loro capacità di condensare temi civili e sociali all’interno di cornici funzionali al messaggio al centro della narrazione popolare: potremmo dire che, dopo anni di racconti, nel bene e nel male, puramente italiani, sono arrivati all’impresa del romanzo d’appendice (frammentazione in puntate con evidente distribuzione dei temi portanti, personaggi come funzioni che esprimono un mondo e un’idea, scrupolosa ma non pedante rievocazione storica).  L’apporto di Marco Tullio Giordana è fondamentale per la costruzione melodrammatica dell’epica domestica che s’intreccia con la storia patria, com’è d’altronde tipico della sua direzione lirica e civile al contempo.

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Prodotto dal sapore artigianale che si serve della committenza televisiva per non cedere il passo ai giri a vuoto, denso di avvenimenti amalgamati con sapienza e di scene-madre molto efficaci, è anche un film che ragiona anche geograficamente sulla dispersione (l’impossibilità?) di un’identità nazionale, scegliendo il privato come rifugio accogliente e forse nostalgico. Coro di attori in grande spolvero, devo citare necessariamente la straordinaria maturità espressiva raggiunta dal giovane Luigi Lo Cascio e l’immensa mater familias di Adriana Asti (la scena dei libri è uno dei colpi al cuori più strazianti del cinema italiano).

LA MEGLIO GIOVENTÙ (Italia, 2003) di Marco Tullio Giordana, con Luigi Lo Cascio, Alessio Boni, Adriana Asti, Jasmine Trinca, Fabrizio Gifuni, Sonia Bergamasco, Andrea Tidona, Maya Sansa, Valentina Carnelutti, Lidia Vitale, Camilla Filippi, Claudio Gioè, Giovanni Scifoni, Riccardo Scamarcio, Fabio Camilli. Drammatico. *** ½

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