Dieci anni senza Alida

«Franz, non siamo più a Venezia» e noi invece siamo ancora qua, a ricordare colei che più d’ognuna fu la bellezza, quando «la bellezza convulsiva sarà erotico-velata, esplosivo-fissa, magico-circostanziale o non sarà». Alida Valli ovvero la bellezza, ovvero la nobile, l’esule, la diva, la signora, la dimenticata.

Lunga vita ad una vita lunghissima che vogliamo spingere oltre il naturale decesso, ottantaquattro anni attraversati senza rinunciare all’ipotesi della rivelazione che s’annida ovunque, un decennio, quest’ultimo, invaso dal fantasma della sua assenza.

Un fantasma: la diva più divina rimossa dalla memoria collettiva, abbandonata in un appartamento, una gattara con gli acciacchi dell’anzianità e un vitalizio che il governo elargisce agli italiani illustri. Ci si chiede spesso perché il destino conceda loro questo scomodo epilogo e non basta la legge del contrappasso per dare un significato perlomeno accettabile.

Si possono fare mille congetture e trovare molte notizie sui beneficiari della cosiddetta legge Bacchelli, si sa che la regina del birignao Tina Lattanzi perse la vista (e più di qualche spiccio al tavolo verde) e il mostro sacro Salvo Randone doveva curare la moglie malata. Di Alida, modesta e dimessa, poco o nulla.

Eppure qualcosa c’è. All’apice del percorso, dopo aver chiesto mille lire al mese durante le lezioni di chimica a chi covava per lei, ninfetta di regime, qualcosa di simile ad un represso sottotesto pedofilo, e salita agli onori degli altari cinefili come mater dolorosa di piccoli mondi antichi, Alida finisce ad Hollywood.

Alla corte di Selznick, che intuisce l’algida malinconia di questa Bergman esodata senza patria d’origine, non sono accordati sgarri: devi essere cortigiana, controllata completamente dal padrone, un ingranaggio dell’industria in cui ognuno ha un proprio rigido ruolo nella macchina produttiva.

E allora diventa uxoricidia per amore del fattore e volere di Hitchcock e quasi vedova inconsolabile di un criminale della tacca di Orson Welles. Quindi s’incammina verso l’indefinito, mentre Joseph Cotten, innamorato anche lui, vede scomparire la possibilità di un amore impossibile – e l’amore, per essere tale, si sa, ha bisogno d’un potenziale di fallimento – come quello tra lei e Hollywood: un grande amore in potenza che non sa, non può, non deve nascere.

Perché Alida è il destino e nel suo destino c’è lei, la Contessa Serpieri, la coscienza della fine e l’incoscienza dei sentimenti, il melodramma e la storia alle spalle, l’amore per qualcuno che non esiste se non nella prospettiva della paura di non essere amati, il dolore che fa deflagrare il cuore fino a vagare nel buio per sfidare la certezza della morte.

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Poi, gridi alle pompe di benzina o al cospetto di bambini uccisi, cancellate che trafiggono il corpo e disordini emotivi e un’infinita permanenza nel ricordo, strategie di donne ragno che tessono tele attorno a mitologie alimentate da inganni.

Alain Delon se la trova di fronte, all’ingresso dell’appartamento di Vanina, questa madre ferita, superba, violenta da troppe notti senza quiete – una frezza di inquietudine che Dario Argento saprà sviluppare.

Sorgeranno lune e cadranno angeli ribelli, resteranno i segreti delle vecchie tate e i vuoti di compagni scomparsi, ruggiranno leoni. Mai l’oblio dovrà carezzare chi vuole dormire senza sogni; e noi vorremmo vivere addormentati nel dolce rumore della vita.

 

Dieci film per ricordarla

  1. Senso (1954) di Luchino Visconti
  2. Piccolo mondo antico (1941) di Mario Soldati
  3. La vita ricomincia (1945) di Mario Mattoli
  4. T’amerò sempre (1943) di Mario Camerini
  5. Il terzo uomo (1949) di Carol Reed
  6. Noi vivi – Addio Kira (1942) di Goffredo Alessandrini
  7. L’inverno ti farà tornare (1961) di Henri Colpi
  8. La mano dello straniero (1954) di Mario Soldati
  9. Strategia del ragno (1970) di Bernardo Bertolucci
  10. Il grido (1957) di Michelangelo Antonioni

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