12° Biografilm Festival | Recensione: Andy Warhol e lo zio Howard (Uncle Howard)

UNCLE HOWARD (U.S.A., 2016) di Aaron Brookner. Documentario. ***

Howard Brookner non fece in tempo a vedere sul grande schermo il suo primo film di finzione, I maledetti di Broadway, perché l’Aids se lo portò via all’età di trentaquattro anni poco dopo la fine delle riprese. A quel film, Brookner c’era arrivato dopo due documentari molto apprezzati, Burroughs: the movie e Robert Wilson and the Civil War.

La sua vita, come ha detto qualcuno, è stata “incompleta” e viene qui ricostruita dall’adorato nipote, Aaron, che omaggia lo zio costruendo un film estremamente affettuoso ma non banalmente agiografico.

Sono due i binari: sul primo corrono le commosse rievocazioni di amici (Jim Jarmusch, Tom DiCillo, Sara Driver…) e parenti (la madre, il compagno); sul secondo il regista s’avventura in un’opera di ricostruzione dell’uomo attraverso i suoi lavori, ritrovati nel “bunker”, il luogo in cui realizzò il documentario su Burroghs, e in una cassetta di sicurezza, e perfino ad Amburgo dove recupera l’unica copia al mondo di Robert Wilson.

Figura di grande carisma e indubbio fascino, Brookner esce dal dimenticatoio anche con tutto il suo apparato di autofiction, un repertorio diaristico in forma di video in cui comunica il dolore della sua fine imminente.

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Attraverso le foto, i racconti, le feste, le suggestioni emerge il ritratto di un uomo che ha vissuto appieno un’esistenza immolata sull’altare del cinema in quanto “altro reale” compatibile e non alternativo alla vita. Così la figura di Burroughs assume i connotati del padre laico che lo inizia all’accettazione di tutto ciò che è insolito: gli stralci del documentario, la sua tesi di laurea in cinema, rivelano un rapporto empatico, intimo, fiduciario perfino nei momenti più assurdi (la scena splatter in bagno).

Sullo sfondo, la New York a cavallo tra gli anni settanta ed ottanta, in cui il mondo creativo (artisti, musicisti, cineasti, fotografi) e quello della droga comunicano spontaneamente generando il mood di una stagione dominata dalla massima libertà esperienziale.

E la diffusione dell’Aids: quando Brad, il vedovo, riguarda il filmino di un compleanno, dice che la metà degli invitati non arrivò alla festa dell’anno successivo. Con dedizione e destrezza, Brookner sa coniugare una emblematica storia individuale con la rapsodia collettiva di una certa generazione inevitabilmente segnata dal lutto. È un film limpido, sincero, toccante.

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