12° Biografilm Festival | Recensione: A Family Affair

A FAMILY AFFAIR (Paesi Bassi, 2016) di Tom Fassaert, con Marianne Hertz, Tom Fassaert, Robert Fassaert, René Fassaert. Documentario. ****

Alla fine degli anni quaranta, concluso un matrimonio sbagliato, la bellissima modella Marianne Hertz, esule tedesca in Olanda, lasciò i suoi due figli in un orfanotrofio e volò in Sudafrica, dove poi s’è arricchita grazie ad una buona carriera nel mondo della moda. Apparentemente noncurante del trauma dei figli, li accolse nella sua grande casa in un’età ormai adulta, salvo poi disfarsene dopo due settimane.

Se il primogenito, René, è stato praticamente distrutto psicologicamente da cotante madre, il secondogenito, Robert, forse pure per una passione per i filmini domestici, tipica degli anni settanta ed ottanta, che l’induce a ricostruire ciò che non torna, pone il conflitto come unico modo per restare legato ad una donna dura, egoista, misteriosa. Il figlio di quest’ultimo, Tom, decide di scendere in Sudafrica per riempire i vuoti di questa storia assurda.

A Family Affair dice sin dal titolo che trattasi di una faccenda privata, che chiunque avrebbe tenuto nascosto nei meandri familiari di un dolore impossibile. Lo scarto tra questo approccio e quello cinematografico sta nel talento di Tom Fassaert, capace di filmare tutto ciò che ritiene degno di condivisione con la crudeltà di chi conosce le conseguenze dell’amore e non si capacita di non riuscire a comprendere l’assurdo esistenziale di una vita sconosciuta.

L’oggetto del suo racconto è una donna consumata e vissuta, affascinante e inquietante, che manipola gli affetti col cinismo di chi ha sofferto troppo per poter rendere qualcuno partecipe della sua misteriosa lacerazione.

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Possessiva, morbosa, dominatrice, tanto incapace di accettare la vecchiaia quanto indisposta a concedere al tempo che passa la facoltà attiva dell’oblio, ma anche vitale, simpatica, per certi versi l’incarnazione del sì alla vita. Quello di Marianne è un ritratto completo, mai agiografico né totalmente accusatorio, filtrato dallo sguardo di un nipote tutto sommato estraneo che lentamente scopre che la verità è solo una delle tanti versioni dei fatti.

E così questo lavoro intimo, confidenziale, dolente diventa la struggente confessione pubblica di una famiglia disfunzionale alle prese con la rimozione e la manipolazione.

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