Recensione: Neruda

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NERUDA (Argentina-Cile-Francia, 2016) di Pablo Larrain, con Gael Garcia Bernal, Luis Gnecco, Alfredo Castro, Mercedes Moran. Biografico. Voto: ****

Pablo Larrain, oltre il cinema civile. Oltre il canto della nazione, della sua indimenticabile ferita, dentro la frattura tra popolo e potere. La voce del poeta è diversa dalla voce dell’uomo, ma l’uomo e il poeta sono la stessa persona? Il poeta che racconta il dolore del popolo attraverso i suoi componimenti politici, chiedendo castigo per gli oppressori, è uguale all’uomo mondano, libertino, seduttore, attratto dalla pacchianeria opulente dell’aristocrazia, uno di quelli che se davvero ci fosse una rivoluzione bolscevica sarebbe il primo a scappare?

E il poeta, che è anche e soprattutto un creatore, non si sdoppia nel suo contrario, nel suo aspirante aguzzino, un poliziotto senza passato e che sicuramente non avrà futuro se non in una fantasia collettiva necessaria per decifrare ciò che è stato?

Non è un semplice biopic, Neruda: è un affascinante, tortuoso, metatestuale studio sulla figura di Neruda, coerente con il lavoro di Larrain nei termini di una riflessione sulla storia nazionale, il racconto di una figura necessariamente idealizzata colta anche nei suoi aspetti più controversi (i confronti con il popolo vero sono impietosi).

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Deformando le immagini con grandangoli che illudono di focalizzare il cuore della scena e fotografandole con luci che esaltano l’antica patina di un’allucinata escursione nel passato (la splendida fotografia è di Sergio Armstrong), Larrain rielabora allegoricamente il periodo della clandestinità di Neruda lasciando parlare il poliziotto, incaricato della cattura (un grande Gael Garcia Bernal).

Più del suo statuto immaginario, è un personaggio che trova la ragione d’esistere nel suo essere un secondario che ruota attorno al protagonista, ora marionetta sempre accidentalmente pronta a misurarsi col ridicolo ora pura creazione di una perversione artistica. Al Neruda di Larrain, questo poliziotto modesto e fanatico, rancoroso e sfigato, serve per garantirgli, da perseguitato, l’eternità eroica.

È la storia di un’ossessione (di Neruda per se stesso, del poliziotto per Neruda e viceversa: memorabile il dialogo del poliziotto con la moglie) una complicità irrazionale che è la vera chiave di lettura di questo film stratificato e svincolato (mille lodi al montaggio di Hervé Shneid), sesta tappa del percorso di un regista che non smette di proclamarsi tra i più gloriosi esempi di cineasti contemporanei.

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