Inediti/ L’orchestre des aveugles (L’orchestra dei ciechi) | Mohamed Moutkafir (2015)

L’ORCHESTRE DES AVEUGLES (titolo italiano: L’ORCHESTRA DEI CIECHI, Francia-Marocco, 2015) di Mohamed Mouftakir, con Oulaya Amamra, Mohamed Bastaoui, Fehd Benchemsi, Salima BenMoumen. Commedia drammatica. ** ½

Marocco, anni sessanta. Hassan II è al potere da pochi anni e il piccolo Mimou, figlio di un babbo orgoglioso e filomonarchico, cresce in una famiglia allargata che coincide, in buona parte, con l’orchestra popolare guidata dal genitore. I musicanti, pur di guadagnare qualche soldo in più, si fingono ciechi e possono così partecipare a quelle feste per sole donne alle quali non avrebbero altrimenti potuto lavorare: agli uomini, infatti, non era consentito guardare le donne.

Felice per i suoi ottimi risultati scolastici – in realtà taroccati con l’aiuto dello zio comunista, il padre porta con sé il figlio che, nel trambusto delle feste, ruba dei dolcetti con l’intenzione di regalarli alla misteriosa vicina di casa di cui s’è innamorato. L’orchestre des aveugles è l’inevitabile risultato di una produzione franco-marocchina.

Dalla nazione nordafricana mutua le tradizioni e la cultura popolare, la rielaborazione della memoria storica di un momento transitorio forse poco conosciuto fuori dal Marocco: il preambolo ai cosiddetti anni di piombo, la stagione ultrareazionaria della repressione. Di marca francese non è soltanto l’atteggiamento del padre marocchino bendisposto nei confronti degli ex colonizzatori, quindi una caratteristica interna alla storia, ma anche la pressoché totale adesione al modello cinematografico transalpino del racconto di formazione, in bilico tra realismo e fuga onirica, filtrando tutto attraverso lo sguardo – e quindi la voce narrante – del bambino.

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Ne viene fuori un dignitoso esempio di cinema popolare d’ispirazione europea, un ibrido quasi appieno rivolto ad un pubblico occidentale che, nell’oleografica confezione di una fotografia che vira la porpora e l’ocra in seppia, mette molta carne al fuoco e troppi personaggi in ballo – pur simpatici o interessanti nel loro bozzettismo – e tesse una tela che non sempre sa legare i fili di una narrazione in movimento su almeno quattro piani non sempre equilibrati (il lessico familiare, il quadro politico, la commedia umana dell’orchestra, l’amore infantile).

Si vorrebbe sapere di più del dolore nascosto nei volti di certe donne (il loro legame col sesso, col tradimento, con l’abbandono) o vedere più spesso le avventure di quest’assurda orchestra (che era, in effetti, un’usanza molto diffusa nel Marocco del tempo), ma sono due film in potenza che stentano a farsi strada nell’ambito di un progetto più magmatico e meno compatto, ora ellittico (il filone politico) ora banale (quello melodrammatico).

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