Io, Daniel Blake | Recensione

IO, DANIEL BLAKE (I, DANIEL BLAKE, G.B., 2016) di Ken Loach, con Dave Johns, Hayley Squires, Briana Shann. Drammatico. *****

Che il dio del cinema benedica Ken Loach e il suo cinema che pensa ancora ai poveri cristi. E che qualcuno si chieda come mai ci si debba appellare ad un autore ottantenne per osservare il disagio contemporaneo di un mondo digitalizzato che ha dimenticato la necessità di restare umani.

E non perché un ottantenne non sia all’altezza del ruolo, tutt’altro: ma che fine ha fatto il lavoro nel cinema europeo? Esiste un cinema europeo? Com’è raccontato il lavoro nel cinema contemporaneo? Da chi è raccontato? Che cos’è il lavoro oggi?

Sebbene sia ingeneroso ridurre Io, Daniel Blake ad un apologo ad uso e consumo degli indignati patentati, è comunque un film importante e a suo modo urgente che ci permette più d’una riflessione in cui il cinema è uno strumento di conoscenza. Ma Loach non vuole spiegare: quando la madre, alla “banca del cibo”, divora i fagioli in scatola, Loach ti fa sentire il sapore di quei fagioli in scatola; e quando poi piange per la vergogna, l’empatia raggiunge livelli commoventi.

Raccontando la fame, Loach mostra il tema, non gli interessa la pornografia della povertà o l’approccio didattico del documentario. Puntuale e coerente da mezzo secolo, il suo cinema proletario ed umanista pulsa di neorealismo con la consapevolezza intima del melodramma in potenza ma senza mai rinunciare al dovere dell’autenticità.

Che è idealmente garantita sin dal titolo, con quell’“io”, negato dalla benemerita scelta di una voce narrante ed espresso attraverso il pedinamento mai morboso di Daniel Blake, un carpentiere quasi sessantenne a cui, in seguito ad un infarto, i medici hanno giustamente impedito di tornare a lavoro.

In attesa che gli venga finalmente riconosciuta l’indennità per malattia, è costretto a chiedere il sussidio statale per i disoccupati. Entra così in un inferno burocratico che soltanto la frequentazione con una giovane madre e i suoi due figli rende sopportabile: la solidarietà tra chi riconosce un dolore simile al proprio.

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Premiato a sorpresa con la Palma d’Oro al Festival di Cannes (la seconda per il regista inglese dopo Il vento che accarezza l’erba), Io, Daniel Blake è la biografia immaginaria di un io che sa essere un grande racconto popolare nei termini in cui può essere un film per e di tutti.

Pieno di rabbia e disillusione, realizzato aspirando ad un’oggettività antica in cui le cose che si vedono hanno un’aderenza alla realtà scevra di significati altri, quello che sulla carta poteva essere “il-solito-Ken-Loach” è un film, scritto dal fedele Paul Laverty, in cui il consumato mestiere del regista riesce a congiungere la denuncia civile di un disastro politico con il ritratto di un personaggio emblematico.

Cinema asciutto (non c’è musica, se non quella dell’audiocassetta registrata dalla defunta moglie) e compassionevole (mirabilmente diretto, Dave Johns è perfetto coi suoi sprazzi d’ironia), retto da un’abile struttura retorica a cui si perdona tutto per la schiettezza delle emozioni che comunica. Un film che è come uno di quei pesciolini che Daniel intaglia nel legno.

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