Recensione: Parola di Dio

PAROLA DI DIO (Ученик, Russia, 2016) di Kirill Serebrennikov con Viktoriya Isakova, Yuliya Aug, Pyotr Skvortsov, Aleksandr Gorchilin. Drammatico. *** ½

Oltre l’industrializzazione e senza mai dimenticare il caro leader, c’è di nuovo qualcosa in cui credere nella Russia post sovietica, dice l’inflessibile insegnante di lettere ad una classe composta da ragazzi che hanno scoperto la libertà del corpo come oggetto sessuale.

Sono giovani impetuosamente emancipati che dentro la scuola si fanno il bagno con dei bikini che poco concedono all’immaginazione di un vanitoso professore di ginnastica e fuori, sugli scogli, si levano i costumi per impedire qualunque barriera nella conoscenza carnale.

Altri, meno smaglianti e sereni, subiscono un bullismo d’eterno successo dal versante idiota e criminale dell’adolescenza. Poi s’affranca Venjamin, figlio di genitori separati e praticamente abbandonato dal padre, che all’improvviso comincia una personale crociata integralista recitando a memoria versetti della Bibbia per imporre una visione assolutista del (proprio) mondo. L’insegnante di biologia pare l’unica a servirsi della ragione, in piena dialettica non solo col fanatico integralista ma anche con i colleghi.

In questo scontro tra adulti s’annida la grande intuizione di Parola di Dio: non è solo il racconto di una devastante crisi mistica, ma anche lo stato delle cose di una nazione abituata a aderire ad un’ideologia priva di dubbi, tesa a credere in qualcosa d’assoluto e al di sopra d’ogni sospetto, vagamente antisemita e nostalgicamente centralista.

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L’effige di Putin osserva immoto il gioco al massacro nell’aula docenti, ponendosi significativamente alle spalle del protagonista come una sorta di grande padre della nazione surrogato di quello biologico e fiancheggiatore di quello spirituale.

Incedendo in una strada paranoica ed inquietante non rinunciando ad una lettura grottesca che potenzia la minaccia di una follia incipiente, Kirill Serebrennikov costruisce un racconto (ultra)nazionale sui fantasmi della giovane nazione segnata dalla storia con l’occhio clinico di chi vuole restare addosso all’invasato per entrarvi dentro.

Il lungo pianosequenza iniziale segue la povera e debole madre nel principio del suo smarrimento ed è una dichiarazione d’intenti: le citazioni bibliche appaiono graficamente sulla scena per occupare l’immagine con la forza di queste parole che proferite ad alta voce assumono significati ancora più angoscianti.

Echi bellocchiani ai tempi del putinismo, con un titolo internazionale, The Student, davvero pertinente: il protagonista è effettivamente uno che studia la Bibbia; ma, nella sua matrice latina, “studere” vuol dire anche aspirare a qualcosa, sostenere, parteggiare per qualcuno.

Tornare a questa molteplicità semantica può aiutare a capire le suggestioni di questo horror senza bisogno dello splatter e fondato sulla violenza delle parole, con qualche aspetto del film a tesi comunque ben introdotto nella struttura drammaturgica, il ritratto di un giovane che verso il finale lancia una pietra per decifrare la storia nei termini di un incubo, una provocazione cristologica, un disperato apologo.

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