7 minuti | Recensione

7 MINUTI (Italia, 2016) di Michele Placido, con Ambra Angiolini, Cristiana Capotondi, Fiorella Mannoia, Ottavia Piccolo, Maria Nazionale, Violante Placido. Drammatico. ** ½

Due film usciti nello stesso periodo di 7 minuti sembrano dialogare idealmente con il film di Michele Placido. L’uno, scontato, è Io, Daniel Blake per il tema coevo (che cos’è il lavoro oggi); l’altro, più personale, è La ragazza del mondo, perché, pur con qualche problema, propone un racconto che avvince e di cui vuoi sapere come va a finire.

Vuoi per l’aderenza ad un modello ormai quasi archetipico (l’eco di Twelve Angry Men di Reginald Ross, una macchina da guerra che Sidney Lumet traspose al cinema con La parola ai giurati, firmando forse il suo capolavoro), vuoi per la capacità di inserirsi in una congiuntura storica di particolare criticità, 7 minuti combatte con successo la propria battaglia.

Che è quella di riportare la classe operaia nel cinema italiano, così come non capitava da un bel po’ di anni in cui la narrazione si è molto focalizzata su benestanti liberi professionisti (avvocati, medici, architetti, pubblicitari…) o abbienti operatori culturali (scrittori, registi, attori…) in ambienti naturalmente borghesi (Roma caput mundi).

Dopo aver accolto con sollievo la notizia che l’azienda tessile in cui lavorano trecento donne non verrà chiusa, il consiglio di fabbrica, formato da dieci operaie ed un’impiegata invalida, deve decidere se accettare la proposta della nuova gestione francese: rinunciare a sette minuti della pausa pranzo.

Mentre tutte le rappresentanti sembrano disposte ad accettare senza voler discutere, Bianca, la consumata delegata sindacale affetta da artrosi, portavoce delle istanze operaie presso la dirigenza e in antico e obliato love affair con uno dei suoi capi, non ci sta e vuole indurle a rifiutare.

La dissidente in questione è una magistrale Ottavia Piccolo da premio, già impegnata nella rappresentazione teatrale del testo, scritto da Simone Massini. Nell’adattarlo per il cinema assieme a Placido e Toni Trupia, non dimentica la sua origine: la vaga claustrofobia del confronto, il tratteggio delle figure, la densità del dialogo.

Risultati immagini per 7 minuti film

Da par suo, Placido (anche attore: assieme ai fratelli Donato e Gerardo forma il gustoso trio degli ex proprietari) comunica bene la differenza tra l’ovattata immobilità dei piani alti, ravvivata dall’epifanica apparizione di una zizzona (a sua volta in opposizione coll’umile piatto di peperoni ripieni che la segretaria del capo vuole spartire con Bianca), e la malinconica umidità della fabbrica (un decór fatto di macchie a terra, tinte grigie, arredi trascurati).

Veemente ex ragazzo del popolo, si lascia trasportare anche troppo da una storia attualissima ma dal sapore antico ed eccede in una retorica tuttavia funzionale all’intento (l’uso del ralenti, la prevaricazione della musica, i codici della sceneggiata, le lacrime).

Dramma corposo e giustamente enfatico, qua e là di ruspante genuinità benché studiatissimo (dal trucco puntuale che non inficia il carisma divistico delle ragazze all’addomesticamento di un coacervo di dialetti del centrosud ed inflessioni straniere), quello di Placido (regista abbastanza incostante ma sempre schietto) è un cinema veramente e finalmente popolare che si sporca le mani con le contraddizioni e le storture del ridicolo capitalismo italiano.

Non lasciandosi soffocare dal grosso tema sociale, è abitato da figure femminili emblematiche di straordinaria umanità (da citare almeno Ambra Angiolini ruvidissima, Maria Nazionale straripante, Fiorella Mannoia d’impetuosa dolcezza).

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