Non si ruba a casa dei ladri | Recensione

NON SI RUBA A CASA DEI LADRI (Italia, 2016) di Carlo Vanzina, con Vincenzo Salemme, Massimo Ghini, Stefania Rocca, Manuela Arcuri, Maurizio Mattioli. Commedia. * ½

Con Non si ruba a casa dei ladri, i fratelli Vanzina confermano almeno due tesi. La prima è che sempre più spesso assegnano ai propri film dei titoli francamente orribili (Torno indietro e cambio vitaLa vita è una cosa meravigliosaUn matrimonio da favolaMai Stati Uniti). La seconda è che ritornano costantemente su temi già affrontati, in una logica in cui la variazione sul tema offusca la pigrizia narrativa.

Quest’ultimo lavoro s’inserisce nel filone del “colpo all’italiana” che i fratelli hanno frequentato perlomeno una volta a decennio (I mitici negli anni novanta, In questo mondo di ladri negli anni zero). Qui la variante è determinata dalle conseguenze della crisi economica soprattutto correlate al malcostume e alla corruzione della (e nella) città di Roma, tra appalti truccati e spese allegre, con più di un’allusione all’inchiesta di Mafia capitale e al “caso Fiorito” che portò alla caduta della giunta Polverini nel 2012.

Il party in costumi da antichi romani a cui partecipano il facilitatore Simone Santoro (Massimo Ghini fin troppo istrionico) e la di lui trucida moglie (Manuela Arcuri che persevera nel non voler imparare a recitare) è una chiara rievocazione della celebre “festa dei maiali”, diventata popolare proprio nell’ambito delle inchieste sul malaffare della destra romana (sponda ciociara).

Ma la sequenza (corredata da un delicatissimo «a te La Grande Bellezza te fa ‘na pippa!» che fa il paio con un «tie’, a te e a De Laurentiis!» dimostrando qualche conto in sospeso dei Vanzina con mezzo cinema italiano) è solo una parentesi e peraltro si ricollega a suo modo a S.P.Q.R., la satira sulle antiche radici di Tangentopoli.

La storia è quella di un imprenditore napoletano trapiantato a Roma (Vincenzo Salemme) a cui viene negato un appalto, altresì concesso ad una ditta favorita da Santoro. Finito sul lastrico, si fa casualmente assumere come cameriere, assieme alla moglie torinese (Stefania Rocca che evoca Macario), in casa dell’uomo che gli ha rovinato la carriera e, scoperte le magagne di Santoro, decide di vendicarsi.

Citando esplicitamente American Hustle, senza avendone la leggerezza né la consapevolezza, con un occhio più alla critica sociale di In nome del popolo italiano che al modello de I soliti ignoti ma restando più o meno sul livello di Commediasexi, il film ha soprattutto due problemi.

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Il primo è squisitamente narrativo. Frettolosamente volto alla conclusione, inserisce pressoché a caso situazioni e personaggi che avrebbero necessitato di maggiori chiarimenti e più rilievi. La banda improvvisata di poveri cristi non funziona, le motivazioni di almeno tre di loro (sono cinque) non rendono giustizia all’idea di colpire Santoro in quanto coacervo di tutti i mali del Paese.

Solo il consumato mestiere di Maurizio Mattioli aiuta ogni tanto ad accettare questa truffa della sopravvivenza ai danni dei “cattivi”. Operazione che, tra l’altro, si risolve nell’arco di una ventina di minuti con una facilità (in Svizzera!) che suggerirebbe a chiunque di agire in tal senso contro i corrotti.

Il secondo problema è che il film fallisce laddove vorrebbe porsi come parabola dolceamara sulla rivalsa dei “buoni”: innocuo, addomesticato, abulico, incapace dell’antica cattiveria essenziale in questi casi, pronto all’uso di un pubblico svogliato e poltrone. Pur non essendo il peggior esito dei Vanzina, è un film che con un minimo di lavoro in più sarebbe stato più onesto, fruttuoso, interessante.

Così è, per essere generosi, un’occasione mancata o proprio sprecata, resa ancora più irritante da un finale moraleggiante sugli italiani brava gente del tutto cerchiobottista. Il fatto che stia incassando discretamente, in una stagione finora quasi funesta, dimostra che forse è questa satiretta all’acqua di rose che desidera un pubblico popolare oggi un po’ stanco?

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