34° Torino Film Festival | Recensione: Christine

CHRISTINE (U.S.A., 2016) di Antonio Campos, con Rebecca Hall, Michael C. Hall, Tracy Letts, Maria Dizzia, Timothy Simon. Biografico drammatico. ***

All’origine di Quinto potere c’era la storia vera della giornalista Christine Chubbuck, che, nel 1974, all’apice della depressione e dopo una serie di delusioni professionali, si sparò in diretta televisiva.

Poiché il network decise di far scomparire la registrazione, la vicenda è progressivamente caduta nel dimenticatoio di una nazione che, proprio in quegli anni, viveva in uno stato paranoico che oggi, in qualche modo, sembra serpeggiare in più di un lavoro (horror come la saga de La notte del giudizio o Sam Was Here, cyberthriller alla Blackhat e Snowden o il documentario Zero Days).

Qui il mood in questione si declina in due modi. L’uno riguarda il contesto: è l’America del Watergate che costò il posto ad un presidente bugiardo, il paese profondo in cui il mancato controllo delle armi permette ad una depressa di acquistarne una; l’altro, l’individuo: un soggetto con chiari squilibri comportamentali la cui causa in realtà non ci interessa davvero a causa del grado di irreparabilità ormai raggiunto.

Interessato alle relazioni del personaggio in bilico con la società e a comprendere le ragioni intime di una scelta tanto radicale, legando lo stile indie ad una suggestiva estetica seventies, Antonio Campos sfrutta bene le possibilità della sceneggiatura di Craig Shilowich, tesa a raccontare più gli ambienti nei quali la folle scelta matura che la dimensione psicologica della crisi.

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La depressione della protagonista trova una cittadinanza cinematografica nel suo porsi in dialogo con la piccola redazione del telegiornale, con il nucleo familiare composto unicamente da una madre hippy, con il “mondo fuori” fatto di armerie periferiche o ristorantini malinconici, mentre il filone sentimentale funziona più nel malessere dato dalla verginità che nell’impacciato tentativo col vanesio collega.

Il dramma sta in piedi grazie alla stupefacente prova di Rebecca Hall: gli occhi spiritati sembrano sempre presagire l’imminenza di un pericolo, le mezze parole denotano l’insicurezza di una persona a disagio col mondo, la serenità finale annuncia l’inquietante soluzione di una vita sfortunata.

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