34° Torino Film Festival | Recensione: Rester vertical

RESTER VERTICAL (Francia, 2016) di Alain Guiraudie, con Laure Calamy, Damien Bonnard, India Hair, Christian Bouillette, Raphaël Thierry. Grottesco. **

Léo fa lo sceneggiatore, sta preparando un film e si mette sulle tracce di un branco di lupi. Conosce l’anziano Marcel, il giovane Yoan e Marie, una pastorella che abita sui monti coi due figli e lo scontroso padre: nove mesi dopo i due hanno un figlio. Marie se ne va, Léo resta col bambino. Per quanto?

Risultati immagini per rester vertical filmRester vertical ha l’immaginario della favola. I suoi luoghi, la sua azione, i suoi personaggi potrebbero essere quelli di un apologo votato al lieto fine dopo avventurose peripezie. Alain Guiraudie lo sa: e quindi ribalta la prospettiva. Nella dimensione minacciosa di un paesaggio idilliaco, che nei suoi anfratti nasconde la perversione di non poter fare a meno dell’ossessione, il film ammicca all’orrore più coraggioso, quello che ha a che fare con i limiti, le paure, i rancori, i non detti delle vite segrete.

Dipanandosi in un intreccio che combina l’allegoria alla fenomenologia, Rester vertical è l’incubo dell’uomo vittima della propria impotenza, un giallo interiore che indaga l’osceno di cui potremmo essere capaci di fronte alla fluidità del desiderio, la carta geografica di un’angoscia nella quale non ci si orienta se non uscendone orizzontali, una fuga onirica verso la metafora meno conciliante attraverso boschi e tunnel dove perdere la fiducia nell’umano, una parabola laica sull’osservazione del grottesco più violento, crudele, enigmatico.

Purtroppo Rester vertical è fondato su una continua ricerca dello choc ed incastona sequenze – spesso non gratuite ai fini del racconto – che, paradossalmente, viste nel complesso non sanno emanciparsi dal fastidio empatico per farsi davvero narrazione di un disagio. Un film che per assurdo diventa appannaggio della teoria più studiata e non riesce ad impressionare secondo l’anarchica esplosione d’istinto che si propone d’essere.

Un pensiero riguardo “34° Torino Film Festival | Recensione: Rester vertical

  1. […] Anzi, a livello geografico e sentimentale pare essere proprio la fattoria la culla ideale dell’amore tra due ragazzi di campagna simili benché stranieri, legati dal desiderio reciproco di completarsi, scoprirsi, imparare l’uno dall’altro l’esercizio dello stupore (Georghe è una presenza misteriosa, salvifica, che mette al mondo vite nuove e al contempo ha un forte componente erotica) o la tenerezza del perdono (grazie a Georghe, Johnny può imparare a fare pace con i suoi fantasmi e rinasce grazie alla sua capacità ostetrica). La terra di Dio è forse la versione costruttiva di Rester vertical. […]

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