Breve storia del cinema renziano

1) LA POLITICA NEL CINEMA ITALIANO

Da sempre la politica condiziona il cinema italiano, dai film fascistissimi del regime nero (Vecchia guardia, Abuna Messias, Scipione l’Africano) ai capolavori del Neorealismo invisi al governo democristiano (Roma città apertaLadri di biciclette, Umberto D.), dalla capacità formativa della commedia all’italiana organica al sistema ma progressista nei contenuti (il divorzio, il delitto d’onore, la questione femminile) all’apogeo craxiano della Milano da bere (Sotto il vestito niente, Yuppies, Via Montenapoleone) fino al ventennio berlusconiano tra conniventi (i cinepanettoni) ed oppositori (Il caimano, Viva Zapatero!, N. – Io e Napoleone).

Checché se ne dica, a parte sotto Mussolini, non abbiamo mai avuto un “cinema di regime” o una produzione totalmente piegata ai governi del momento (a dire il vero un lunghissimo momento: quarant’anni di Dc). Il principale politico italiano che si è occupato (spesso più che bene) di cinema era troppo intelligente per proporre un cinema di governo, troppo trasversale per non garantire, al netto della censura, la produzione di film di opposizione. Quel politico si chiamava Giulio Andreotti e, sì, è stato il più grande avversario del Neorealismo prima e dei film militanti dopo, ma ha anche dato al cinema italiano un assetto quasi industriale e una politica fiscale dignitosa.

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Federico Fellini, per dire, era un grande andreottiano.

2) DA BERLUSCONI A RENZI PASSANDO PER VELTRONI

Al momentaneo tramonto dell’epoca di Matteo Renzi, possiamo dire che è esistito o esiste un cinema renziano? Sembrerebbe una domanda oziosa e finanche senza interesse. In realtà fa parte di un discorso più ampio, che parte certamente dalla caduta del Muro di Berlino. Con la fine del Partito Comunista, la cosiddetta egemonia culturale si è traslata nel riformismo dei Democratici di Sinistra o nell’antagonismo di Rifondazione Comunista; successivamente il Partito Democratico ha assorbito tutta l’area di centrosinistra e l’ala sinistra quella più radicale.

Il ruolo culturale del Pd è intimamente legato, all’origine, alla figura di Walter Veltroni, il più amato dall’establishment culturale nostrano. Così come non esiste un cinema dalemiano (non gli interessava), è esistito altresì un cinema veltroniano, una sintesi di speranza e ruffianeria, buoni sentimenti e “apertura mentale”, mito americano e romacaputmundi.

Sono (stati) veltroniani, nei fatti, i film di Marco Tullio Giordana (l’epos popolare de La meglio gioventù), Paolo Virzì (provincia vs salotti in Caterina va in città), Giovanni Veronesi (la fuga estera dei giovani romani di Che ne sarà di noi, la solare ma malinconica Roma di Manuale d’amore), Francesca Archibugi (l’adolescenza borghese di Lezioni di volo), Ferzan Ozpetek (il gruppo eterogeneo di Saturno contro). Narrazioni che raccontano un’idea di mondo precisa.

Sebbene sia stato uno dei più importanti uomini di comunicazione del nostro Paese, Berlusconi non ha mai goduto di un tale apparato narrativo. Il cinema complottista-leghista di Renzo Martinelli (Il mercante di pietre, Barbarossa) o quello istrionico di Luca Barbareschi (Il trasformista) non incidono nella parabola del berlusconismo. Solo Gabriele Muccino ha tentato, sia pur con meccanismi “veltroniani”, un racconto dentro la materia: ma l’ambizione egotica che domina Ricordati di me è politicamente ambigua e può essere letta da entrambe le parti secondo la prospettiva conveniente.

Neanche l’Italia di Bersani ha una sua narrazione cinematografica. Forse i lavori di Stefano Rulli e Sandro Petraglia contribuiscono un po’ alla causa (La nostra vita su tutti), ma fanno parte di un progetto più vasto e meno piegabile alle logiche contingenti del momento politico. A parte il curioso caso di Diverso da chi?, lo spartiacque è Viva la libertà di Roberto Andò: difficile non riconoscere Bersani nel leader triste che si allontana, favorendo l’ingresso in scena del gemello “folle con metodo”, il cui eloquio ricorda invece il  Veltroni più ispirato.

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In Viva la libertà il doppio Servillo incarna le due anime inconciliabili della sinistra.

3) IL CINEMA RENZIANO: UNA IPOTETICA FILMOGRAFIA

Nello stesso anno del film di Andò escono Pazze di me di Fausto Brizzi, Benvenuto presidente! di Riccardo Milani e Passione sinistra di Marco Ponti. Il primo è una mediocre commediola diretta da un regista dichiaratamente amico di Renzi ed è prodotto da Lorenzo Mieli (figlio di Paolo) e Mauro Gianani, marito di Marianna Madia, che appare in un cammeo assurdo. Il secondo è una favoletta un po’ populista su un uomo comune che finisce al Quirinale per una leggerezza dell’inadeguata classe politica e scopre tutta la corruzione del potere.

Passione sinistra si ispira molto liberamente ad un racconto di Chiara Gamberale ed è il primo film del e sul renzismo: Valentina Lodivini è una fricchettona (tra Vendola e Travaglio), compagna dello scrittore alla moda Vinicio Marchioni (veltronismo), che s’innamora del qualunquista Alessandro Preziosi (sponda Berlusconi), sullo sfondo della campagna elettorale per Roma, in cui il candidato, chiamato Andrea Splendore, fatuo e vacuo, è un chiaro epigono di Renzi. È la storia (privata) dell’inevitabilità delle grandi intese (pubbliche).

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Il finto Renzi di Passione sinistra.

Ricordandoci che Fausto Brizzi – che è più interessante per le relazioni che tesse a prescindere dai prodotti finali – ha diretto il film definitivo sul renzismo, Forever Young, i casi di Milani e Ponti sono molto indicativi. Il renzismo, d’altronde, coincide non casualmente con la recente abbuffata di commedie, una situazione simile alla seconda metà degli anni ottanta.

Un periodo in cui la fiducia va ripristinata attraverso l’esercizio di una rassicurante inclinazione alla commedia: gli eterni conflitti tra nord e sud vanno semplificati nelle commedie di Luca Miniero (Benvenuti al sud, La scuola più bella del mondo), la borghesia nostalgica va rinchiusa tra quattro mura (Il nome del figlio), il privato sentimentale deve trionfare in armonia con il cambiamento politico (la coppia lesbica di Io e lei è il caso emblematico).

Perciò Paolo Genovese è il vero regista del renzismo. I suoi personaggi immaturi hanno al massimo cinquant’anni, appartengono ad un ceto medio oppure medio-alto (psicanalisti, medici, giornaliste di moda ma anche tassisti, contadini, attori morti di fame), sono romani ma covano legami con la provincia (la Puglia di Sei mai stata sulla Luna?), vivono il dramma della verità svelata (le bugie di Perfetti sconosciuti, la messinscena di Una famiglia perfetta) e cercano nell’altrove una via di fuga (l’America di Tutta colpa di Freud, la supposizione di Perfetti sconosciuti, la Grecia di Immaturi – Il viaggio).

Dulcis in fundo, Genovese ha collaborato alla sceneggiatura di Un fantastico via vai di e con Leonardo Pieraccioni. Vuoi per la provenienza toscana, vuoi per l’amicizia con Carlo Conti (il Pippo Baudo del renzismo), vuoi per i temi trattati nelle sue commediole (il provinciale che scopre il mondo attraverso la bellezza femminile, il gruppo del bar del paese che sogna di andarsene), esiste qualcosa di più renziano del cinema di Pieraccioni?

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In Perfetti sconosciuti non esiste l’evidenza della politica, ma solo le menzogne del privato

4) ROTTAMAZIONE E DEBOLEZZA

Il cinema dei quarantenni di belle speranze che ha rottamato il cinepanettone dei sessantenni (la coppia De Sica-Boldi è il simbolo dell’età dell’oro berlusconiana) ma anche la satira di Sabina Guzzanti rimasta antiberlusconiana e lo stesso Pieraccioni ormai noioso comico regionale, così come lo sguardo approssimativo degli eterni fratelli Vanzina (che però, simbolicamente, stanno macinando più del solito con l’improponibile Non si ruba a casa dei ladri, film spudoratamente qualunquista). E sono quarantenni anche due emanazioni del cinema di Brizzi, Edoardo Falcone e Massimiliano Bruno.

Se nell’esordio del primo, Se Dio vuole, si officia l’alleanza (privata) tra un medico ateo (i laici) e un prete moderno (i cattolici) con evidenti parallelismi politici, la filmografia del secondo è l’apoteosi del pop(olare) che strizza l’occhio al grillismo. Nessuno mi può giudicare, Viva l’Italia e soprattutto Gli ultimi saranno ultimi raccontano la rabbia dell’Italia in difficoltà e allo stesso tempo la sua capacità di rialzarsi in nome di principi solidali. La star di Nessuno e Gli ultimi, Paola Cortellesi, è il volto del renzismo cinematografico: dopo un lungo tirocinio televisivo (come il sindaco poi premier), la palma se l’è guadagnata per Scusate se esisto!, la storia di una giovane architetto che supera le difficoltà dei poteri forti e realizza il suo progetto per la comunità.

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Paola Cortellesi in Scusate se esisto! è una metafora del renzismo

D’altro canto, nella rapsodia trash di Viva l’Italia si staglia l’unico carattere davvero positivo nella figura del romano Edoardo Leo, la faccia maschile più rilevante della stagione (assieme al multitasking Marco Giallini). Attore e regista con lunga gavetta (come il sindaco poi premier), simpatico e bonaccione, fa sempre parte di un gruppo che deve oltrepassare gli ostacoli posti dalla società per raggiungere l’obiettivo del successo o della stabilità (Smetto quando voglio, Noi e la Giulia, Che vuoi che sia). Anche il lombardo Fabio Volo è un volto del renzismo, ma al cinema non lascia il segno (Studio illegale, il metaforico Un paese quasi perfetto).

Eppure ciò che emerge prepotentemente è come queste storie siano in qualche modo riferibili anche ad una prospettiva grillina dell’Italia. La debolezza del renzismo, allora, finisce addirittura per essere ravvisabile nella sua filmografia ipotetica che qui s’è tentata di tracciare. Forse non esiste un cinema renziano, così come non esiste un cinema grillino: ma c’è una tendenza davvero interessante da parte di un cinema che non ha l’ambizione di incidere nella storia ma la pretesa di allinearsi alla pancia di un Paese che, va detto, non si reca troppo al cinema. A chi parlano, insomma, questi film? Checco Zalone, per dire, è anarchia lontanissima dal mondo di Renzi, ma questa è un’altra storia.

Dieci film per capire il renzismo

  1. Immaturi (Paolo Genovese, 2011): una generazione messa alla prova
  2. Viva l’Italia (Massimiliano Bruno, 2012): verso la rottamazione
  3. Passione sinistra (Marco Ponti, 2013): la narrazione del vuoto
  4. La scuola più bella del mondo (Luca Miniero, 2014): la buona scuola
  5. Scusate se esisto! (Riccardo Milani, 2014): l’individuo contro i poteri forti
  6. Noi e la Giulia (Edoardo Leo, 2015): il gruppo contro i poteri forti
  7. Se Dio vuole (Edoardo Falcone, 2015): le larghe intese tra laici e cattolici
  8. Quo vado? (Gennaro Nunziante, 2015): l’impossibilità di riformare
  9. Perfetti sconosciuti (Paolo Genovese, 2016): il trionfo del privato
  10. Forever Young (Fausto Brizzi, 2016): la crisi

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