Recensione: The Birth of a Nation

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THE BIRTH OF A NATION – IL RISVEGLIO DEL POPOLO (THE BIRTH OF A NATION, U.S.A., 2016) di Nate Parker, con Nate Parker, Armie Hammer, Gabrielle Union, Aja Naomi King, Penelope Ann Miller. Biografico drammatico. ** 1/2

Strano destino, quello di The Birth of a Nation. Accreditato, dopo la vittoria al Sundance Festival, come uno dei principali competitori per accaparrarsi  i maggiori premi su piazza, specialmente dopo la polemica Oscar So White sulle mancate nomination ad artisti neri, è inciampato nel riverbero di una malefatta giovanile del suo attore-regista-produttore Nate Parker, accusato di violenza sessuale al college.

Pressoché crollate le ipotesi di riconoscimenti e finanche di una campagna elettorale, è uscito negli States un mese prima della clamorosa ascesa al potere di Donald Trump, che ha incassato l’appoggio – per dire – di tipini come quelli del Ku Ku Klan. Chiudendo il cerchio, proprio la scellerata e criminale dottrina del gruppo xenofobo era al centro di Nascita di una nazione, l’antico caposaldo di Griffith che Parker con una certa, irriverente audacia cita esplicitamente nel titolo.

Occorre ribadirlo: i film nascono quasi sempre dal contesto in cui vengono prodotti. La presidenza Obama ha in qualche modo indotto il cinema americano ad occuparsi della questione nera con un coraggio non esente dalla ruffianeria ma con la coscienza che fosse il momento giusto per affrontare un problema non del tutto risolto.

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Negli ultimi anni abbiamo quindi assistito a varie rievocazioni della schiavitù (12 anni schiavo, Lincoln, Free State of Jones) e della lotta per i diritti civili (Selma, The Butler, All The Way), nella prospettiva di una necessaria pedagogia antirazzista veicolata dall’evidenza di un presidente nero che non ha mai dimenticato di essere indigeribile a molti cittadini americani.

Tutto ciò rende The Birth of a Nation un film anzitutto imprescindibile per motivi morali, con tutto il suo repertorio di umiliazioni, violenze, privazioni, sevizie, uccisioni, che spesso occupa la mente del protagonista sia per argomentare la sua ribellione sia con l’intenzione visiva di farla capire battendo il ferro della reazione di un popolo oppresso.

Basato su una storia vera, è il racconto di un giovane schiavo che, parzialmente educato da una padrona umana ma organica al suo ceto, viene sfruttato come predicatore per placare gli animi degli schiavi occupati nei territori limitrofi.

Parabola sfacciatamente cristologica, presagita da una cerimonia tribale in cui viene annunciato il sacrificio del protagonista, nonché intervallata da una serie di visioni oniriche, è un esordio bifido e svincolato che accoglie tante cose, dal furore iperrealistico alla passione civile, dalla regia grossolana all’ardore mistico.

Non è un caso che risulti più etico nei contenuti che epico nella forma, con un più largo afflato nei momenti privati (il monologo della nonna) rispetto al mancato respiro di quelli di massa. Sporco e scomodo ma con un cuore.

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