Recensione: Captain Fantastic

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CAPTAIN FANTASTIC (U.S.A., 2016) di Matt Ross, con Viggo Mortensen, Frank Langella, George McKay, Abigail Spencer, Kathryn Hahn, Steve Zahn. Commedia drammatica. ***

Nell’incipit c’è una tesissima scena di caccia al cervo: un rito iniziatico ma anche un rifornimento alimentare, perché l’animale viene ammazzato affinché l’uccisore possa entrare in comunione con la vittima attraverso il consumo sia del cuore (l’animale come totem) che della sua carne (l’animale come cibo).

In questa sequenza c’è tutta la conflittualità di Captain Fantastic e non a caso c’è l’apparizione del titolare della storia a puntellarla: è lui, con la sua faccia trapunta di troppa barba, ad essere anzitutto una presenza fisica, un corpo, quello del padre, che occupa e governa le vite dei figli secondo canoni lontani dalla civiltà del Capitale.

La sua tribù, composta da una prole (battezzata con nomi assurdi per esaltarne l’unicità) allenata fisicamente e spiritualmente all’autocontrollo e alla sopravvivenza, fondata su principi comunitari e sull’utopia di una società ideale di matrice platonica, vive isolata dalla comunità conservatrice che, tuttavia, l’uomo è costretto a frequentare nuovamente per permettere alla moglie bipolare di potersi curare. Alla notizia del prevedibile decesso, dopo molte perplessità a causa delle minacce del suocero fiero e ferito, si mette in viaggio con i figli verso il funerale.

La fragile madre, che per tutto il film s’affaccia come un ologramma nelle visioni oniriche del vedovo e in alcune foto di forzata felicità, è il grande rimosso di una difficile e straziante elaborazione del lutto. Solo alla fine l’assenza della donna, speculare alla presenza dell’uomo, arriva a veicolare una cognizione del dolore: il corpo che scompare è la barba recisa, il distacco accettato, il compromesso necessario.

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Personaggio di enorme spessore, il Ben di Viggo Mortensen (attore parco e razionale, nato per questo ruolo) è una contraddizione vivente nella sua straordinaria coerenza: salvatore e carnefice, integro ed egoista, amorevole e rigido, svincolato e spiritato, chomskyano (non contano le parole ma le azioni) e forse staliniano (come l’accusa il figlio maggiore).

Il film appartiene soprattutto a lui, all’empatia della sua ragionata recitazione e alla capacità catalizzatrice della sua figura artistica: i bravissimi attori ragazzi sembrano pendere dalle sue labbra, la musica segue la malinconica ipotesi di una jam session attorno ad un focolare, la regia (non a caso di un attore, Matt Ross) s’adegua al suo sguardo pur mantenendo una limpida autonomia espressiva.

Facile, come più o meno tutti hanno osservato, l’adesione all’universo del “film da Sundance” – o per meglio dire della commedia drammatica interna all’estetica indie: famiglia disfunzionale, bambini fin troppo maturi ma bizzarri, problema da risolvere, viaggio nell’America profonda, conflitto col mondo-altro, ritorno a casa (qualche esempio: I Tenenbaum, Transamerica, Little Miss Sunshine, Juno, (500) giorni insieme, 50/50, Nebraska…).

Tutto vero: ma è un film la cui grazia formalmente irritante malcela l’ambiguità di una storia più complessa di quanto voglia far credere, che al netto della sua ruffiana confezione dice qualcosa sul fallimento di una certa idea di mondo ma anche sulla persistenza del cardine famigliare nella società americana.

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