«poi mi viene su con un culo che fa provincia!»: Parenti serpenti, il vero film di Natale

Nella bella Sulmona, in occasione delle feste natalizie, la tradizione impone la riunione di famiglia. Un intontito ex carabiniere e l’autoritaria moglie ospitano i figli, con le rispettive famiglie, nello storico appartamento in cui la prole è cresciuta.

Tra un piatto di polpette in brodo, un capitone che scappa dalla cucina e una giocata a tombola, la situazione deflagra quando i vispi ma fragili vecchietti comunicano di voler abbandonare la casa per trasferirsi da uno dei figli, lasciando a loro scelta. Scannamento garantito, scoperta degli altarini, capodanno coi botti.

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Narrata dal nipote più piccolo, è la storia di una tragedia familiare presentata coi toni di una feroce e grottesca commedia di costume in cui trionfano l’ipocrisia e il cinismo della provincia italiana. Scritta dal giovane Carmine Amoroso, autore della commedia teatrale all’origine del film e ispirata alla cronaca (ambientata però a Lanciano: Mario Monicelli scelse Sulmona perché ritenuta più suggestiva) assieme al regista e ai due infaticabili Suso Cecchi D’Amico e Piero De Bernardi, è un oggetto alieno nel cinema italiano di fine millennio.

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Il lato oscuro del cinema di Monicelli raggiunge qui il suo zenit, la sua autoevidenza: padri e figli che lavano i panni sporchi in famiglia mentre fuori casa fanno sponda al perbenismo provinciale di medici e stregoni, questi borghesi piccoli piccoli diventano macchiette di quel che resta della commedia all’italiana, della satira borghese, del romanzo popolare di un Paese incattivito.

Personaggi ridicoli e finalmente “rotondi” colti in una cornice eccellente: i costumi da grande magazzino cittadino di Lina Nerli Taviani, le scenografie di Franco Velchi tra consunti cimeli d’altri tempi e elettrodomestici invadenti, la fotografia di Franco Di Giacomo che richiama alle fioche luci dei presepi. I rappresentanti più attendibili dell’Italia cialtrona che rottama il passato ingombrante per avviarsi ad un nuovo miracolo italiano.

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È l’ultimo graffio del maestro, che fu un sonoro flop commerciale all’epoca ed oggi un cult assoluto, un po’ per la benemerita spietatezza in mezzo a tanta melassa nostrana, un po’ per l’antologia di battute e dialoghi da mandare a memoria, un po’ per l’eccesso perverso che lo sottende. «Vivere senza malinconia!» canta Enzo Jannacci nel finale riprendendo un’antica canzone degli anni trenta, perché tutto cambia senza mai cambiare.

Cast pazzesco, capitanato dagli arzilli Paolo Panelli e Pia Velsi, in cui son da segnalare almeno l’isterica Marina Confalone («tua moglie la sensibilità ce l’ha solo da una parte»), l’afflitta Monica Scattini («com’è che venuta fuori questa tua diversità?»), il timoroso Alessandro Haber («cosa vuoi che ti dica? A un certo momento mi sono accorto che mi piaceva il cazzo»), l’annoiata Cinzia Leone («anche tu sei per Mina?»; e la battuta più epica e definitiva: «ma cosa lascio stare se poi mi viene su con un culo che fa provincia!»).

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PARENTI SERPENTI (Italia, 1992) di Mario Monicelli, con Paolo Panelli, Pia Velsi, Marina Confalone, Monica Scattini, Alessandro Haber, Cinzia Leone, Tommaso Bianco, Eugenio Masciari, Renato Cecchetto. Grottesco. *** ½

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