Recensione: Aquarius

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AQUARIUS (Brasile-Francia, 2016) di Kleber Mendonça Filho, con Sonia Braga, Humberto Carrao, Maeve Jinkings, Irandhir Santos, Barbara Colen. Drammatico. *** 1/2

Come ne Il suono intorno, il precedente film di Kleber Mendonça Filho, al centro della scena c’è un luogo di vita domestica: lì un quartiere della classe media brasiliana i cui abitanti sembrano avere nulla a che fare tra loro; qui l’appartamento di un palazzo (chiamato Aquarius) che ha visto crescere e partire tre generazioni della borghesia liberal di Recife. Ma se lì trionfava la cronaca ovattata di un gruppo stordito ed alienato perpetuamente preparatosi alla minaccia, qui c’è il ritratto di una donna forte del dolore provato e fortificata dal dolore subito.

Aquarius è in apparenza un racconto ma in sostanza un romanzo. La storia di una donna che si scontra con l’impresa che vuole espropriarle la casa trova la sua misura nella dimensione di una narrazione di più ampio respiro, non a caso strutturata in tre quieti quanto inquieti capitoli (I capelli di Clara, L’amore di Clara, Il cancro di Clara) volti sì alle sue vicende ma soprattutto a scandagliare la sua intimità.

Nel primo, per esempio, si festeggia il compleanno di un’anziana zia emancipata, fiera e malinconica che sembra passare il testimone alla trentenne nipote appena uscita da un cancro e perciò con capelli cortissimi; con uno stacco di trentacinque anni, l’ultrasessantenne Clara si passa le mani nella lunga chioma nera dopo un bagno. La zia, dai candidi capelli lunghi, è un personaggio certamente interessante ma che assume una sua rilevanza proprio in funzione dei capitoli seguenti.

Sul suo modello, Donna Clara (che è la diva nazionale Sonia Braga, semplicemente immensa) è la matriarca vedova, libera, autonoma, orgogliosa sulle cui spalle si poggia tutta la famiglia che tuttavia non abita più nell’appartamento così affollato nell’incipit festante e che non vuole abbandonare per l’incrollabile fiducia nella speranza.

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Nei capelli c’è tutta la forza di una donna circondata da oggetti che comunicano il feticismo degli affetti, dal mobile inamovibile che ha visto consumarsi le passioni più roventi ai vinili ascoltati, ballati o vissuti per connettersi ai non-detti profondi di una prossemica spesso inequivocabile.

Mentre il vento soffia suggerendo la simbiosi tra il mare e la persona, il luogo e l’abitante, la casa e Clara, l’empatia nei confronti della protagonista si intreccia con la parabola sulle conseguenze della recessione nella popolazione e del malcostume della classe digerente, i piccoli episodi di vita quotidiana costituiscono i mattoni di una storia sui valori non negoziabili (la memoria, l’amore, il dolore, gli affetti, il godimento, la libertà).

Il rabbioso finale dimostra tutto il minimalismo barocco di chi sa calibrare lentezza e dirompenza, ribellione ed amarezza. Un film lento, ricco, stratificato, denso, carnale, musicale.

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