Che la Forza sia con te, principessa

È un’apparizione, principessa Leia in Star Wars: Rogue One: un cameo in cui la ritroviamo giovane, come comparve all’origine della saga, diventando l’icona che conosciamo. È (per ora) l’ultima immagine cinematografica di Carrie Fisher, morta oggi a 60 anni in seguito all’infarto di qualche giorno fa. Immagine che assume inevitabilmente una potenza emotiva non preventivata in questi termini.

Ma non possiamo dimenticare che è ne Il risveglio della Forza, in carne ed ossa, a restituire, al pubblico fedele e a quello rinnovato, il dolore che sottende la nuova trilogia: il nuovo cattivo, il cupo Kylo Ren, è il figlio di Leia e Han Solo, rimasti dalla parte dei buoni. Difficile dimenticare la complicità tra lei ed Harrison Ford (con cui ebbe un antico flirt) nei teneri battibecchi sentimentali come pure nell’esperienza dell’addio fatalmente priva della speranza del ritorno («Ho sempre odiato vederti partire»).

Ed è difficile dimenticare il suo sguardo immoto e devastato dopo lo scontro tra padre e figlio. Ma è lei a consegnare alla nuova eroina, Rey, il testimone della battaglia, auspicando, logicamente, che la Forza sia con lei. Che, in un afflato commosso, ci viene scontato dire alla Fisher, che oggi, nei panni del suo personaggio più celebre, raggiunge il personaggio maschile con cui ha instaurato uno dei più simpatici e divertenti discorsi amorosi del cinema postmoderno.

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Attrice mai protagonista ma illuminante, sempre onesta, amabile e cosciente del proprio ruolo nello star system, Carrie Fisher era figlia d’arte. Sua madre era la grande commediante Debbie Reynolds, diva della golden age hollywoodiana, specializzata nel musical Mgm, che si è assicurata un posto nella storia grazie a Cantando sotto la pioggia. Il babbo, Eddie Fisher, lasciò il tetto coniugale per diventare uno dei tanti mariti di Liz Taylor.

Arrivata al successo mondiale a poco più di vent’anni, malata di disturbo bipolare, entra nel vortice della droga, girando molte sequenze della trilogia fantascientifica sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Alle sue problematiche vicende private, specialmente in ambito familiare, ha dedicato un libro che Mike Nichols adattò per il cinema: in Cartoline dall’inferno, film irrisolto ma abbastanza intrigante e non privo d’acume, viene interpretata nientemeno che da Meryl Streep.

Ed è probabilmente questa dimensione letteraria a soddisfarla maggiormente, in un percorso di rielaborazione autobiografica in cui è evidente la necessità di esorcizzare malinconie e sofferenze personali. Forse cosciente di non poter dire molto come attrice, non è un caso che dia il meglio di sé nei personaggi laterali che appaiono come improvvisi bagliori.

Accanto ad alcune partecipazioni rimarchevoli e divertenti (almeno Hannah e le sue sorelle, Harry ti presento Sally, Maps to the Stars in cui è se stessa, nei serial naturalmente rivolti ad una affettuosa platea giovanile Smalville The Big Bang Theory), il clamoroso cameo in The Blues Brothers resta nella memoria per la capacità di giocare con la propria icona guerriera nell’ambito di un grande spettacolo seriamente dissacrante.

Ed è un grande colpo di scena quando la donna misteriosa che tenta di uccidere i fratelli a colpi di bazooka si rivela essere l’ex fidanzata di John Belushi. Quasi a ratificare, anche fuori dalla saga, il suo statuto di icona, la dimensione mitica di un volto indimenticabile e una donna tormentata e libera. Che la Forza sia con te.

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