Un anno vissuto pericolosamente: il cinema americano visto nel 2016

Questo non è un bilancio che aspira all’esaustività. È tuttavia un punto di vista sul cinema americano proposto nelle nostre sale nell’ultimo anno. Spesso i film arrivano con alcuni mesi di ritardo, assumendo significati nuovi e forse non coincidenti con gli intenti originari. Non c’è alcuna pretesa accademica né s’intende d’esser superbi: è un catalogo sui film americani che ho visto in questi dodici mesi, un punto di vista autonomo ma cosciente di altrui letture, interpretazioni, critiche, una riflessione organica su quanto è passato sugli schermi.

Indice

  • COMING HOME: IL RIFUGIO DELLA NOSTALGIA
  • EROI ED ANTIEROI: UNA NAZIONE VULNERABILE
  • DA OBAMA A TRUMP: IL RITORNO DELLA PARANOIA
  • IL DESIDERIO DI NON ESSERE COME TUTTI

 

  • COMING HOME: IL RIFUGIO DELLA NOSTALGIA

«Ho sempre odiato vederti partire.» (Leia)

Le (più o meno) ultime parole che principessa Leia rivolge ad Han Solo nel fondamentale Il risveglio della forza chiudevano un anno, il 2015,ancora una volta incentrato sulla figura del ritorno, esemplificabile nell’imperativo “riportiamolo a casa”. Cos’è casa? Casa è l’America, certo; ma è anche il cinema. L’America che cerca di uscire dalla crisi ripercorrendo la mitologia di una nazione senza mito, trovando la propria nell’arte in cui ha sempre eccelso.

«Chube, siamo a casa.» (Han Solo)

Casa come nostalgia di un passato, recente o remoto che sia, rifugio delle contraddizioni contemporanee di un popolo sospeso tra egoismo ed ecumenismo, autocompiacimento e psicanalisi. Perciò sono figli del loro tempo i ritorni di Star Wars, il roboante reboot di Mad Max (che a rigore è australiano, ma tant’è) e quello al femminile di Ghostbusters, la ripresa della saga di Creed e prima ancora le rentrée di Indiana Jones e John Rambo fino al definitivo Stranger Things di Netflix e l’elenco sarebbe lungo.

L’anno scorso, l’astronauta di The Martian rappresentava, buon ultimo, una nutrita schiera di ragazzi da riportare a casa (Gravity, American Sniper, Argo…); quest’anno il testimone passa alla pesciolina smemorata di Alla ricerca di Dory. Come sempre capita, la Disney-Pixar è in grado di iniettare temi gravosi in una confezione rivolta principalmente all’infanzia. Qui il tema della memoria perduta da riconquistare (e di riflesso la nostalgia del posto dimenticato) attraverso l’avventura assume significati addirittura angoscianti nella ricomposizione di un quadro frammentato e distorto.

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Alla ricerca di Dory

Film che quest’anno hanno perseverato nella prospettiva del “ritorno a casa” sono forse Revenant e il citato Creed. Da una parte il povero cristo lontano da casa (e dalla sua ipotesi) in conflitto con la natura ostile, dall’altra il vecchio pugile che cede il passo al nuovo che avanza. Che, in una saga molto patriottica, è peraltro un nero (la star in ascesa Michael C. Jordan), diretto per di più da un regista afroamericano (Ryan Coogler), chiudendo così a suo modo il cerchio dell’epoca obamiana.

Così come il regista del primo è un messicano, il blasonato Alejandro González Iñárritu, che si misura con il genere americano par excellence (il western, genere della nostalgia assoluta) con esasperante magnificenza tecnica attraverso l’ottica del forestiero. Di una nazione, va detto, centrale nella logica della propaganda elettorale di Trump, l’uomo dei muri che pare sottovalutare – o anche no – l’incidenza di cineasti messicani nell’industria americana, da Alfonso Cuarón a Guillermo Del Toro.

Ed è simbolicamente importante che, al netto del risultato impeccabile quanto irrisolto, Iñárritu ottenga tali consensi nel frangente in cui rischia di diventare il regista più rappresentativo di una popolazione ben inserita in un alto e nobile mainstream americano (Birdman) ma capro espiatorio di una politica populista e violenta.

Com’è altrettanto simbolico che i principali riconoscimenti a Creed siano finiti nelle mani del consumato Sylvester Stallone, quasi dimenticando che la cosa più interessante del film è la sua dimensione black e nel suo rispecchiamento col prototipo: non era un pugile nero (chiaramente Alì) il divo della boxe (padre del nuovo protagonista) che Rocky voleva sfidare? E non era una icona dell’America sommersa e bramosa del riscatto sociale parimenti devota all’etica del New Deal come pure all’incipiente stagione reaganiana.

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Creed

Ma se parallelamente a Creed e Star Wars c’è Il libro della giungla a rinverdire i fasti delle grandi favole umane e tecnologiche degli anni sessanta attraverso il ricorso ad un usato sicuro tutto interno al rassicurante ma restaurato immaginario disneyano. C’è The Nice Guys, un evidente tentativo di resuscitare il buddy movie in una accattivante, nostalgica confezione seventies: una nostalgia estetica e debitrice.

Sembra invece paradossalmente fondato sulla negazione della nostalgia Tutti vogliono qualcosa!, perché Richard Linklater riesce a rendere la nostalgia del passato la mitologia della normalità negli anni ottanta. E c’è Ave, Cesare!, con cui i fratelli Coen compiono la raffinata operazione di celebrare la vecchia Hollywood degli anni cinquanta mettendo in scena non tanto un branco di stupidi ma esaltando, alla Minnelli, la necessità della finzione e l’ideologia dell’intrattenimento.

 

  • EROI ED ANTIEROI: UNA NAZIONE VULNERABILE

Finzione ed intrattenimento sembrano concetti distanti da Sully. Ma è proprio questo capolavoro a ricordarci quale sia il compito del cinema americano, iniettando in una storia vera l’imprescindibile potenziale funzionale nei termini d’un grande spettacolo tecnologico. Eppure al contempo sa rivendicare il primato della storia, l’unicità del common man e soprattutto la celebrazione di una grammatica cinematografica antica volta alla persistenza dell’umano.

E il merito non è solo dell’ultraottantenne Clint Eastwood, ormai teso al racconto di un uomo che, facendo il proprio dovere, manifesta la straordinarietà nell’ordinario esistenziale, ma anche del corpo attoriale Tom Hanks, che aveva chiuso la stagione passata con Il ponte delle spie, altro clamoroso bersaglio di un maestro non più giovanissimo, Steven Spielberg.

Ora, per inciso, nelle sale con una favola, Il GGG – Il grande gigante gentile, che, come l’indimenticato E.T., è scritto dalla compianta Melissa Mathison. Una garanzia ma soprattutto l’implicita promessa di tornare a quella sensibilità: l’ennesima ambizione nostalgica di un cineasta che ha costruito una strepitosa carriera attorno a questa suggestione.

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Sully

Hanks, attore dell’anno perché senza età, con la maturità del suo volto quasi imbolsito, alla stregua di uno Spencer Tracy contaminato con James Stewart, sa incarnare la fiducia e la paura, la tempra e la tensione, la quiete e la riflessione. I suoi due ruoli (ci sarebbe anche Inferno, ma lì il suo divismo è al servizio di un progetto editoriale in cui garantisce un quarto di nobiltà) sono gli eroi dell’America vulnerabile.

Se il pilota plana in un luogo, New York, in cui l’aereo non garantisce ricordi felici (già The Walk ragionava sull’assenza delle torri ricreandone il potenziale emotivo), l’avvocato che risolve la questione diplomatica con i sovietici è un classico americano tranquillo della guerra fredda, in opposizione al comunismo ma capace di capire che i comunisti sono uomini. Due uomini del sistema che senza metterlo in dubbio sanno mantenere l’autonomia e la dignità.

E due sistemi sono pure quelli de La grande scommessa (la finanza) e Il caso Spotlight (Boston, città cattolica), due lavori diversi e complementari sulle conseguenze della menzogna. Adam McKay sa coniugare la commedia e la tragedia nel racconto non-raccontabile di una truffa colossale, all’origine del disastro economico del 2009, mettendo in scena, dissacrandole ma non demistificando, le colpe di un sistema accecato dall’evidenza di una frode.

Al contrario, nella tradizione del film-inchiesta, Tom McCarthy lavora sull’insieme di una comunità conscia del male ma disposta a conviverci pur di non sovvertire l’ordine. Nell’anno di Trump, sono due film sulla lunghezza d’onda di Sanders, il candidato (sconfitto) che si scontra con l’establishment, perdendo.

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La grande scommessa

 

  • DA OBAMA A TRUMP: IL RITORNO DELLA PARANOIA

Lo spettacolare e discutibile The Birth of a Nation, non a caso progressivamente depotenziato delle sue ansie vendicative in favore di un sereno boicottaggio, e il problematico ed irrisolto Free State of Jones sono gli ultimi fuochi della stagione obamiana, dominata da molte parabole sul razzismo (Precious, The Butler, 12 anni schiavo…) Due film rabbiosamente pedagogici che più dell’epica s’occupano dell’etica, dimenticando che le due cose, nel genere, procedono insieme.

L’assenza di una narrazione clintoniana, non a caso pulsante in televisione, sottolinea altresì la latitanza di un ardore civile assai presente sotto Obama. È curioso osservare che in un horror come La notte del giudizio – Election Year ci sia una campagna presidenziale chiaramente ispirata a quella reale che pone al centro del dibattito la messa in discussione del giorno annuale in cui ogni crimine è consentito dalla legge.

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La notte del giudizio – Election Year

Lo stesso Steve Jobs, per volare più alti, è il ritratto inquietante di un emblema del decennio, la cui morte ha incentivato la dimensione messianica: ragionando sull’oscuro di un profeta si fa suggestionare dalle sue costruzioni per sondarne e – volendo – capirne le motivazioni. Ed anche Snowden è l’occasione per narrare un personaggio laterale ma dirimente nella recente politica americana, recuperando un sentimento paranoico assai incalzante.

Animali notturni, d’altro canto, adoperando tutte le possibilità del “romanzesco” parla della realtà di un’America divisa tra elitarie alienazioni borghesi e dissennate crudeltà periferiche, in cui le tensioni dell’una sono il risultato degli esercizi dell’altra, la New York della violenza celata e il Texas della violenza esposta.

Violenza che nel citato Election Year, in Man in the Dark, in Sam Was Here (visto al Festival di Torino, inedito nelle sale) teorizzano in una serie di metafore terrorizzanti che confermano come spesso i b-movie sappiano intercettare il futuro prossimo più del “cinema ufficiale” sovente fin troppo anestetizzato, compresi i tentativi di pallidi catastrofismi di ritorno (il secondo Independence Day).

Perfino Quentin Tarantino, assai avvezzo al tema, sceglie di chiudersi in un universo egotico che s’alimenta di cinema senza mai dirci davvero quale discorso sottenda la mirabolante confezione di The Hateful Eight (il monumentale e rimosso 70 mm, la sua prima colonna sonora originale affidata al dio Morricone) provando a riscattarne la probabile ambiguità morale.

 

  • IL DESIDERIO DI NON ESSERE COME TUTTI

È più onesto Deadpool, che, nell’anno dei noiosi Batman v Superman e Suicide Squad, diventa così il più indicativo, cinico, sincero rappresentante di una nazione che ha bisogno di eroi ma anche di sesso, desiderio, libertà. E si sa: il cinema americano è una questione di desiderio.

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Deadpool: il supereroe fa sesso

Ce lo ricordano le protagoniste di Carol, il caldo melodramma innevato che più dell’omosessualità femminile parla della società degli anni cinquanta, in uno splendido esercizio di ricalco con la consapevolezza contemporanea. Sul modello dei classici di Douglas Sirk, è la società ad esercitare la propria violenza nell’emarginare due donne audaci, colpevoli di aver desiderato di desiderarsi.

E ce lo ricorda la grande Lily Tomlin, protagonista del piccolo ma prezioso Grandma, un road movie passato da noi solo in televisione. Nonna poetessa lesbica e vedova, reclama il diritto alla libertà cogliendo la possibilità di un dialogo che sembra quasi impossibile tra generazioni lontane.

Ostacolo che infine supera anche il papà vedovo Viggo Mortensen in Captain Fantastic, il quale, convinto di corrispondere alle necessità dei figli, mette da parte il desiderio romantico (e l’egoismo intellettuale) di una vita hippie in nome d’un compromesso forse borghese che possa inserire i pargoli in una società comunque controllata e controllabile.

 

Il 2016 americano in dodici film

  1. Sully (Clint Eastwood)
  2. Carol (Todd Haynes)
  3. La grande scommessa (Adam McKay)
  4. Deadpool (Tim Miller)
  5. Creed (Ryan Coolger)
  6. Animali notturni (Tom Ford)
  7. Il caso Spotlight (Tom McCarthy)
  8. Alla ricerca di Dory (Andrew Stanton)
  9. Tutti vogliono qualcosa! (Richard Linklater)
  10. Steve Jobs (Danny Boyle)
  11. Ave Cesare! (Joel e Ethan Coen)
  12. La notte del giudizio – Election Year (James DeMonaco)

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