Recensione: Allied

ALLIED – UN’OMBRA NASCOSTA (ALLIED, U.S.A., 2016) di Robert Zemeckis, con Brad Pitt, Marion Cotillard, Jared Harris. Mélo spionaggio. *** 1/2

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Come tutta l’opera di Robert Zemeckis, anche Allied è un trattato sulla finzione. Lo è nella forma, lo è nello spirito. Anche quando non sembra parlarne, il suo cinema si esalta nel capire quanta finzione possa accogliere la realtà entro i suoi limiti; e quindi di quanto cinema sia capace in potenza la vita. Il cinema di Zemeckis, insomma, parla sempre di cinema, delle possibilità che il medium-cinema pone nel conseguimento del suo obiettivo: l’idea di un intrattenimento nutrito dall’esigenza dello stupore.

Formalmente tecnologico, come d’abitudine, sin dai tempi degli uomini che interagiscono coi cartoons (Roger Rabbit) fino a diventare essi stessi animazioni (The Polar Express). Ma senza mai dimenticare la persistenza dell’umano, con la tecnica più avanzata e al contempo trasparente al servizio di un progetto sull’umanità di una nazione (Forrest Gump, The Walk).

Tuttavia ad una prima lettura Allied può apparire forzatamente inserito in questa visione: è un film volutamente anacronistico, apertamente classicheggiante, sfacciatamente falso. Proprio per questo, allora, è totalmente organico al concetto-cinema di Zemeckis. Non fosse altro per Marion Cotillard, quintessenza dell’ambiguità nel suo contributo al cinema americano (Inception, Midnight in Paris), che porta in dote una inequivocabile dichiarazione d’intenti: «non mento mai sulle emozioni».

È la magnifica illusione del cinema classico qui giunta ad una limpida consapevolezza teorica, l’inganno dentro l’inganno, il doppiogioco della messinscena che si permette il lusso di giocare con la mitografia, l’iconografia, l’immaginario. La storia è quella di due agenti segreti, l’uno canadese del Quebec e l’altra francese, in missione a Casablanca per uccidere un ambasciatore tedesco nei primi anni della seconda guerra mondiale.

Scontato pensare, perlomeno sulla superficie del romanticismo, a Bogart & Bergman e pure a Parigi, per loro un ricordo da preservare e per Cotillard e Brad Pitt un’ipotesi da accarezzare. Ma è lecito farsi suggestionare anche da Pitt, in uno dei suoi apici recitativi, che plana nel deserto come in un esotico kolossal di David Lean. Così come dall’inappuntabile ricostruzione visiva, in particolare i costumi di Joanna Johnston.

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E sono solo le evocazioni più lampanti di un film che non fa del citazionismo un rifugio sicuro per il semplice fatto che ha la coscienza di quanto la nostalgia abbia permeato la generazione del suo regista. Perché laddove lo sceneggiatore Steven Knight innesca la possibilità di riconoscere la sterile reminiscenza del cinema che fu, Zemeckis indebolisce l’afflato epico per concentrarsi su ciò che più sembra interessargli in questo frangente di maturità: la moralità dell’uomo che osa scontrarsi col destino.

Come nella discesa agli inferi del decadente pilota di Flight e nell’ascesa al cielo del funambolo di The Walk, Allied è una passeggiata nel male (la dipendenza, la morte, la guerra) riscattata dal bene (il pentimento, la riuscita, l’amore) che diventa una passeggiata nel bene (la risalita, la camminata, il matrimonio) devastata dal male (i demoni, l’assenza delle torri, il passato). Ma anche nella sua autonomia, è un sontuoso melodramma sull’arte di mentire e sulle menzogne dell’arte.

Nella prima parte, Pitt e Cotillard sono gli attori di una spy story in cui recitano l’amore a cui sono destinati: non a caso cedono durante una tempesta di sabbia nel deserto, un momento di grande spettacolo cinematografico, che però resta fuori dall’auto in cui consumano, permettendo a Zemeckis di isolare i suoi eroi con un carrello circolare opprimente ed eccitante.

Eppure, in un film, s’è detto, sul mestiere del mentire, sempre a Cotillard è messa in bocca una frase fondamentale: «in queste situazioni a fottere non è il sesso ma sono i sentimenti». Perciò nella seconda parte Zemeckis, affrancati i numi tutelari, sembra più a suo agio nel raccontare la tensione, lo sgretolamento di una certezza e l’impossibilità per l’arte di imitare la vita (o viceversa).

Inoltre, piaccia o meno, Allied è così magnetico da concedere a Pitt una vulnerabilità nuova per l’incidenza del gossip, dalla perplessità di fronte alla fede (finta) da mettere al dito alla freddura sul matrimonio (lei: «dobbiamo ridere, siamo sposati»; lui: «e cosa c’è da ridere?»). Il divismo è anche questo, il cinema classico è anche la realtà a cui s’allude nella finzione.

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