Recensione: Collateral Beauty

COLLATERAL BEAUTY (U.S.A., 2016) di David Frankel, con Will Smith, Edward Norton, Kate Winslet, Helen Mirren, Keira Knightley, Michael Pena, Naomie Harris, Jacob Latimore. Drammatico. *

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C’è da chiedersi il motivo del trionfo italiano di Collateral Beauty, che in patria è stato più o meno catalogato alla strega di una sciocchezzuola natalizia nonché ennesimo tentativo di rigenerare la stella di Will Smith. Un divo che qui da noi continua tuttavia a mantenere una solida popolarità, sia presso coloro cresciuti a spremute d’arancia in bicchieri di cristallo che nei cuori di chi ha pianto per i mélo americani di Muccino.

Questo film si allaccia proprio al mood tragico del suo breve ma fortunato sodalizio col regista italiano e tratta la complicata elaborazione del lutto (ha perso una figlia e si è allontanato dalla moglie) di un fu brillante manager. Poiché i suoi soci-amici temono che l’azienda possa essere condizionata dalla sua depressione, decidono di pedinarlo e scoprono così che invia lettere al Tempo, all’Amore e alla Morte. Allora pagano tre attori in disgrazia per recitare le tre astrazioni, conducendo il protagonista ad una crisi ancora più drammatica, che però potrebbe sbloccarsi quando conosce una madre che ha subito il suo stesso trauma.

Il problema del film non è il suo assunto (la “bellezza collaterale” riguarda gli atti di gentilezza disinteressata derivati dalle tragedie) e non è nemmeno la sua scelta di un (finto) realismo magico né la conferma di quanto il riflusso nel privato stia tornando di moda nel cinema americano. Il problema è lo spirito.

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Quando Helen Mirren rimbrotta Keira Knightley dicendole «questo non è Noel Coward, è Cechov!», non c’è da segnalare soltanto un evidente reato di lese maestà, ma soprattutto la presunzione di una sceneggiatura incapace di approcciarsi al tema con la leggerezza del maestro citato. La stessa Mirren, fin troppo brava, recita con uno spirito cechoviano (nostalgico, lunare, sottile) stonato in un film inesorabilmente pesante e prevedibile, che solo chi non ha mai visto Frank Capra può avere la sconsideratezza di evocare.

E sono proprio la faccia immota, i capelli brizzolati, le parole sbiascicate, la lacrime ruffiane di Smith a rappresentare al meglio l’obiettivo del film: un polpettone retorico, finto dimesso, zeppo di star in raccolta fondi (imperdonabili gli sprechi di Kate Winslet e Edward Norton), che ha l’esigenza di lasciare allo spettatore una ridondante frase ad effetto ogni cinque minuti.

Un lacrima-movie che ammicca continuamente alla più facile commozione dello spettatore, al contempo interessato a piacere al pubblico più colto laddove gioca con fantasia e realtà e comunque privo della spudorata consapevolezza di poter essere un guilty pleasure. Ed ecco i motivi del successo.

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