Recensione: The Founder

THE FOUNDER (U.S.A., 2016) di John Lee Hancock, con Michael Keaton, Laura Dern, Linda Cardellini, Patrick Wilson, B.J. Novak. Commedia drammatica biografica. ***

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Come riferito nelle didascalie finali, McDonald’s dà da mangiare all’un per cento della popolazione mondiale. Cosa dia da mangiare non è il punto della situazione: da qualche tempo a questa parte conosciamo le criticità alimentari della catena, sono stati realizzati film sul tema (Super Size Me) e la scelta di proporre prodotti di qualità (almeno in Italia: il parmigiano e la chianina, per dirne due) denuncia proprio l’esigenza di legittimarsi presso un pubblico esigente quanto superficiale.

Ma tutto ciò non c’entra con The Founder che, come Saving Mr. Banks, il precedente film di John Lee Hancock, è un film sul capitale. Parimenti al racconto della genesi di Mary Poppins, anche Ray Kroc, il protagonista di questa storia, intuisce la potenza di un’idea altrui. La differenza con Walt Disney è formale: se il magnate seduce con l’empatia la scrittrice restia a concedere la sua creazione (al di là dell’inattendibilità storica), qui siamo quasi nei pressi dello stalking verso i fratelli che hanno ideato il rivoluzionario sistema di composizione del panino.

Intravedendovi la possibilità di emanciparsi dalla mediocrità e smettere di mangiare l’asfalto vendendo la qualunque porta a porta, Kroc s’impossessa dell’idea con una scalata spregiudicata che elimina progressivamente i due reali fondatori. In nome del profitto e a scapito del progetto familiare, prima annette, poi surclassa, infine compra i fratelli McDonald.

La chiave non sta tanto nella scelta di proporre un prodotto di minore qualità ma più redditizio (la sostituzione del frappé artigianale con una bustina di latte in polvere ed agenti emulsionanti ed addensanti) ma nell’operazione più cinica: rendere il cognome un marchio, spersonalizzarlo per trasformarlo in un personaggio che non esiste ma suona bene, sopprimendo così i due dalla narrazione. In fondo anche Disney aveva “rubato” Topolino.

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La storia la (ri)scrivono i vincitori, certo, ed è evidente come la caratterizzazione ora buffa ora naif dei Mc possa in qualche modo avallare alcune scelte imprenditoriali. Ma The Founder, una storia dentro le contraddizioni del partito repubblicano americano (i valori morali contro i valori negoziabili, i conservatori di provincia contro i capitalisti rampanti), è soprattutto il ritratto di un american man che può essere a seconda delle prospettive ambizioso o megalomane, determinato o spudorato, pragmatico o spietato.

Michael Keaton, con lo sguardo febbrile e il sorriso sbilenco di chi brama la vittoria per riscattarsi agli occhi della nazione, ne esalta il carattere privo di scrupoli attraverso il modo rozzo di bere alcolici, l’incapacità di restare seduto senza muoversi, la repressione della goffaggine per mancanza d’eleganza. Fatto uscire in questo periodo diventa una parabola paradigmatica dell’America di Trump, che però va letta in negativo.

Hancock, solido sceneggiatore interessato al perturbante (Un mondo perfetto, Mezzanotte nel giardino del bene e del male) diventato un regista aperto al racconto di un idealismo anche idealizzato (Un sogno, una vittoria, The Blind Side), s’esprime in cromatismi caramellati, stereotipato décor d’epoca e musiche apparentemente innocue per mettere in risalto il lato oscuro del sogno americano, per indagare dentro la narrazione rimossa dentro quella del trionfo. Come il cibo del McDonald’s: l’informazione è stata fatta, poi chi vuole capire, capisca; chi non vuole capire, pace.

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