Recensione: Barry

BARRY (U.S.A., 2016) di Vikram Gandhi, con Devon Terrell, Anya Taylor-Joy, Jason Mitchell, Ashley Judd, Ellen Coltrane. Biografico drammatico. ** ½

disponibile su Netflix

Benché si possa pensare il contrario, non sono molti i presidenti americani diventati i protagonisti di biopic. Naturalmente la maggior parte di questi film si concentra sull’esercizio del potere, con una certa tendenza a guardare al privato per conferire un carattere più emotivo alla rappresentazione del personaggio. D’altro canto, non abbiamo una ricca filmografia sulla giovinezza dei futuri potus (l’acronimo di “President of the United States”). L’esempio più famoso è senz’altro Alba di gloria di John Ford, che in originale si chiama Young Mr. Lincoln, con Henry Fonda in uno dei suoi ruoli della vita.

Il rischio in questi casi è sempre quello di eccedere nella predestinazione, descrivendo un personaggio le cui azioni portano sempre i segni premonitori della futura ascesa al potere, dall’autorità morale al carisma politico. Nell’epilogo dell’amministrazione Obama, due film hanno raccontato la vita giovanile del primo presidente afroamericano, sottolineando quanto sia stata importante la sua love story col cinema americano. Il primo ad essere uscito nelle nostre sale è Ti amo presidente, un poco riuscito tentativo di raccontare il primo appuntamento tra Barack e Michelle con gli stilemi di Richard Linklater (soprattutto Prima dell’alba).

Il secondo, disponibile su Netflix, è questo Barry, che non a caso sceglie il diminutivo di Barack per narrare le gesta normali di uno studente ventenne. Tra rigurgiti di razzismo (nell’incipit c’è una guardia razzista che non vuole farlo entrare nel campus universitario perché sprovvisto di tesserino) e riflessioni filosofiche (che cos’è un’autorità morale, quali sono i compiti di un presidente, a che serve la politica: è il primo anno della presidenza Reagan), Barry non sa comunicare col padre, economista kenyota che non l’ha cresciuto, e cerca costantemente un’identità definita. Nel frattempo si lega ad una ragazza bianca cresciuta in una famiglia liberal ed entra in contatto con i ragazzi dei sobborghi newyorkesi.

Una delle cose che funziona meglio in Barry è la freschezza dei suoi fautori. La sceneggiatura, lineare ed imperniata su piccoli eventi in grado di annunciare il senso di una predestinazione, è scritta da Adam Mansbach, un autore quarantenne alla prima sceneggiatura. La regia è di Vikram Gandhi, un indiano-americano che finora ha realizzato come produttore i documentari di Vice e, anche come regista, Kumaré, su un guru in Arizona. L’attore protagonista, Devon Terrell, è al debutto assoluto, e se la cava egregiamente.

Ciò che questo insolito terzetto sa tratteggiare è la condizione apolide, culturalmente nomade ed onnivora, del giovane Obama, la sua perpetua ricerca di un posto nel mondo che si concretizza quando un anziano attivista per i diritti civili gli fa capire che è nel melting pot (il Kenya del padre, le Hawaii della madre, l’Indonesia in cui ha vissuto da bambino) la cifra della sua americanità.

E non è da sottovalutare il contesto storico: come illustrato nel bellissimo 1981 – Indagine a New York (A Most Violent Year), siamo in uno degli anni più sanguinari per la città. Le tensioni restano un po’ sullo sfondo in favore del percorso individuale ma, dagli atti razzisti al proliferare della droga, fanno sentire la loro incidenza nel tessuto urbano e proletario.

È un background che permette al film, molto obamiano (la mamma antropologa è interpretata da Ashley Judd, supporter della prima ora) di non adagiarsi su territori agiografici, collocando il personaggio Obama in una narrazione che non rinuncia ad una dimensione più estesa. Non è forse un caso che un film del genere venga alla luce nel momento di passaggio tra la presidenza più aperta alle differenze e quella più ostile.

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