Recensione: Arrival

ARRIVAL (U.S.A., 2016) di Denis Villeneuve, con Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg. Fantascienza. *****

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Nel cinema americano, la fantascienza si afferma dapprima come metafora paranoica della guerra fredda per poi evolvere nei termini della grande avventura di conquista memore dell’epopea western. Col passare del tempo, naturalmente, il genere ha assorbito evocazioni provenienti da altri generi, accolto i turbamenti dell’uomo contemporaneo, riallacciato i legami con l’epica e la mitologia, dato l’occasione di manifestare la superiorità tecnologica dell’industria americana.

Negli ultimi anni, accanto a ricalchi e prodotti nostalgici, si è progressivamente imposto un filone filosofico, in cui l’altrove dello spazio extraterreste è una visione più misteriosa che minacciosa, una sfida per venire a patti coi limiti dell’umano e le rivelazioni delle paure inconsce. È il caso Gravity, Interstellar, The Martian, ma anche degli inglesi Moon ed Ex Machina.

E di Arrival, che il maestro canadese Denis Villeneuve ha tratto da Storia della tua vita di Ted Chaing, un racconto che lo sceneggiatore Eric Hessereir ha dovuto rielaborare tenendo conto tanto della credibilità scientifica quanto della tensione emotiva, rinunciando tuttavia al titolo originale per non annunciare o suggerire ciò che il film intende far capire nel corso del suo dispiegamento. Che, pur stando attenti a non guastare il piacere dello stupore, procede tra frammenti di un passato che forse non esiste, incastonati in una narrazione fondata sull’intersecazione fra diversi piani nella prospettiva di un finale ricomponimento.

Il pretesto è determinato dall’atterraggio sulla Terra di una dozzina di gusci, entro cui si celano una coppia di eptapodi, due poliponi senza faccia e con sette tentacoli che scatenano il panico. Per tentare di decifrare il loro oscuro linguaggio, e soprattutto per capire cosa siano venuti a cercare (i complessi logogrammi circolari sono stati creati del designer Patrice Vermette), l’esercito americano arruola una tormentata linguista e un brillante matematico. Convinti della necessità di instaurare un legame personale ed istituire un vocabolario comune, i due cominciano lentamente a capire le reali intenzioni degli ospiti (che battezzano Abbott & Costello, alias Gianni e Pinotto; in italiano s’è optato per Tom & Jerry).

Il linguaggio come potere, strumento, arma; la regia come ottimizzazione, intuizione, armonia. Da una parte c’è il rifiuto dello scontro non tanto per un ingenuo afflato pacifista ma per l’idea che l’evento rappresenti l’occasione per rifondare un utopico concetto di comunità. Che l’opera sia compiuta da due figure accademiche è peraltro un’attestazione di stima nei confronti dello studio, in opposizione alla pericolosa incapacità politico-diplomatica di afferrare il senso del problema in questione.

E che il contatto avvenga, veicolato da una donna, nel momento dell’ascesa di Trump è una fatale coincidenza che rivendica l’autonomia di un medium che non ha il dovere di precorrere la realtà ma il diritto di proporre una chiave di comprensione del reale nell’ambito del verosimile.

Dall’altra c’è il fantastico lavoro di Villeneuve che dirige il complicato percorso mentale, determinato dal montaggio tortuoso di Joe Walker, muovendosi con eleganza nel concetto minimalista ma sontuoso della scenografia di Paul Hott e Vermette, servendosi dei colori inquieti ed opachi di Bradford Young, accordandosi al ritmo interno definito ora dalla ricca cupezza elettronica di Jóhann Jóhannsson ora dalla mirabolante ingegneria sonora messa in campo.

Un’opera collettiva che afferma la grandezza di un regista che ribadisce quanto recuperare l’armonia perduta sia la meta del proprio divenire narrativo; e un film capitale nel ripensare la percezione dell’altro(ve), il confronto col mistero, la tragedia della solitudine in un mondo che si rifiuta di ascoltare.

Tutto questo si coagula nel volto esangue della splendida Amy Adams, magnifica eroina capace di far convergere la paura di non essere all’altezza delle emozioni con l’audace desiderio di scoprire e conoscere l’arcano. Un’interpretazione così meravigliosamente commovente che va al di là della sua mancata (e indegna) omissione nella cinquina delle migliori attrici per l’Oscar.

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