Recensione: La La Land

LA LA LAND (U.S.A., 2016) di Damien Chazelle, con Ryan Gosling, Emma Stone, John Legend, Rosemarie Dewitt, J.K. Simmons. Musical commedia drammatico. *****

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Nel formato del Cinemascope, sullo sfondo di una immensa città, tre file di auto incolonnate su una grande rampa stradale, gli autisti impegnati a ciarlare al telefono, ascoltare la radio, inveire contro il traffico. Ma è un’altra giornata di sole, e allora una ragazza inizia a cantare, scende dall’auto, accenna qualche passo di danza, e tutti la seguono. All’apice del tripudio, compare il titolo del film: improvvisamente tutto torna alla normalità.

Nel momento in cui, dopo decenni di letargo, s’impone una logica di consequenzialità tra la verosimiglianza della realtà e la messinscena della finzione, Damien Chazelle parla dell’impossibilità di quel tipo di sogno nel cinema contemporaneo. Un’ouverture così, in film del 2016, non vuole soltanto rieducare un pubblico disabituato alla naturalezza della finzione, per introdurlo in una storia che poggerà interamente su questo concetto, ma anche sottintendere come lo sguardo non possa che essere rivolto ad un meraviglioso passato che ha già detto ogni cosa.

Tuttavia la nostalgia, sempre più rifugio perpetuo dei cineasti americani, qui non è lo scafandro di un vuoto d’idee o di un riciclo fine a se stesso ma il luogo spirituale in cui la coscienza della fine (di un genere, di un cinema, di un mondo) è esorcizzata dall’incanto di non badare al disincanto. È l’incanto del musical, il genere più cinematografico possibile e pressoché morto, ciclicamente resuscitato in focose fiammate o surrogati di esperienze teatrali. Chazelle, come lo Scorsese di New York New York, ha capito che l’unico modo per ridargli linfa è inventarne uno ex novo con la consapevolezza che nulla può essere davvero nuovo.

Emma Stone, Ryan Gosling

Tutto in La La Land è stato già visto; ad essere nuova è la visione. Forse dovremmo toglierci il dente e pagare il dazio alla cinefilia, tornare alla danza come strumento di conoscenza e dichiarazione amorosa in Cappello a cilindro o Spettacolo di varietà, agli umori stagionali dei cromatismi di Les Parapluies de Cherbourg o ai carrelli in campo lungo in Les demoseilles de Rochefort, alla passeggiata nei set di Cantando sotto la pioggia o alla vitalità delle masse di West Side Story, alla romantica follia del ballo tra le stelle di Balla con me o alla fantasia artistica del finale di Un americano a Parigi, perfino ai complessi jazz di Chimere.

E si potrebbe andare oltre, tanto è magmatica la densità citazionista del film. Ma ha senso un tale sfoggio di vanesio orgoglio cinefilo? Fred Astaire, Ginger Rogers, Gene Kelly, Cyd Charisse, Debbie Reynolds e compagni appartengono ad un’altra epoca, oggi possono essere i volti di manifesti che arredano le case dei ragazzi o affissi nelle sale cinematografiche in procinto di chiudere, sono i miti di una generazione non vaccinata alla sospensione della realtà, cresciuti col musical risorto, non a caso, dal cinema d’animazione.

Perciò appare azzeccata la scelta di due attori che non hanno mai fatto musical, che danzano e cantano con la stessa naturalezza con cui recitano, lontana dal professionismo elegante dei precedente e più vicina allo stupore di ritrovarsi dentro un meccanismo complesso nella sua antica linearità. I meravigliosi Ryan Gosling ed Emma Stone proiettano se stessi in un passato che rivendica continuamente la sua contemporaneità, dalle scarpe da tip tap costantemente calzate dal pianista ossessionato dai grandi jazzisti alla riscoperta dei luoghi mitici del cinema e della City of Stars che «never shined so brightly».

Nel numero più bello, A Lovely Night, parlano proprio di questo: della necessità di non sprecare ciò che già c’è (stato), della scintilla che deve avere il tempo di nascere per divampare nel musical che di lì in poi sarà l’unico posto possibile per il loro amore. È tutto calcolato che la nota stonata sia l’intervento di John Legend, con la canzone più radiofonica e meno interessante, il punto di rottura della love story e l’invadenza di un corpo estraneo alla liturgia del passato.

Il finale dimostra quanto possa essere devastante il sentimento su cui si fonda il film: l’ipotesi di una vita che soltanto il musical può raccontare. Gli ultimi dieci minuti di La La Land appartengono già al mito, sono quanto di più emozionante, struggente, straordinario ha prodotto l’ultimo cinema americano pensando a se stesso e a ciò che non potrà (mai) più essere, con quel silenzio finale così insolito in un genere che non conosce mutismi e testimonia in fondo come il film sia una stupenda parentesi che non può avere seguito.

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