Recensione: Moonlight

MOONLIGHT (U.S.A., 2016) di Barry Jenkins, con Trevante Rhodes, Ashton Sanders, Alex Hibbert, André Holland, Naomie Harris, Mahershala Ali, Janelle Monàe. Drammatico. ***

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La locandina originale di Moonlight è dominata da una faccia tripartita. Il personaggio in questione, sempre lo stesso, è interpretato da tre attori, coprendo così un arco di quasi vent’anni. I differenti viraggi delle porzioni di volto indicano le fasi esistenziali raccontate dal film. Nella versione italiana del poster, il collage è scomposto: i volti dei tre attori occupano una serie di tre quadri.

Sembrerebbe un mero pretesto e forse lo è. Ma laddove il manifesto italiano allude ad una vicenda lineare analoga al tipico romanzo di formazione, quello americano preferisce focalizzare l’attenzione non tanto sulla crescita anagrafica – benché ci siano tutti i codici del Bildungsroman – quanto su quella interiore. Più che un “black Boyhood” sul fascino del tempo che scorre, Moonlight è una rapsodia intimista sull’identità.

I tre capitoli che lo compongono sono intitolati con le tre varianti del protagonista lungo il suo percorso esistenziale. Uno: Piccolo (il soprannome che gli dà la madre tossicodipendente, l’esimia Naomie Harris), un fanciullo senza riferimenti che trova in uno spacciatore cubano un’ipotesi di padre (Mahershala Ali, che si bagna le labbra con la lingua, è quietamente dirompente: da antologia il dialogo a tavola, con un finale da brividi).

Due: Chiron (il nome di battesimo), un adolescente nel gorgo del bullismo per una supposta omosessualità, poi espressa grazie alla complicità di un amico. Tre: Black (l’appellativo datogli dal primo amore), un quasi trentenne emule estetico del padre putativo, inasprito dal dolore e con un disperato bisogno d’amore, che forse è a portata di mano.

L’opera autobiografica da cui è tratto il film si chiama In Moonlight Black Boys Look Blue. L’ha scritta Tarell Alvin McCraney, cresciuto nello stesso quartiere di Barry Jenkins con simili background privati (la madre tossica). Lo sguardo sul sobborgo manifesta la loro comunione d’intenti perché al contempo si percepiscono l’adesione emotiva alla rappresentazione di strade ed anfratti e l’inclinazione realistica che aspira a rendere il microcosmo il luogo di una parabola universale.

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Trova un altro referente nell’apparato iconografico, tant’è che la magmatica fotografia di James Laxton si allaccia in qualche modo all’evocazione cromatica suggerita dal titolo originale. Attraverso la manipolazione delle immagini, Jenkins s’accorda al cuore fragile del suo piccolo eroe: ne accentua il colore della sua pelle, lo soffoca negli ambienti domestici in cui è comunque estraneo, accarezza di blu il ragazzo nero al bagliore della luna piena.

Una confezione affascinante, specie nei momenti di solitudine di Chiron, ma che a forza di suggestioni estetiche rischia di avviluppare fin troppo questa lenta elegia alla necessità del dolore. Comunica, tuttavia, la vocazione, anche visiva, di un certo cinema indipendente americano di imporre il proprio sguardo “altro” (la macchina da presa è sempre in movimento, sta addosso ai suoi personaggi, talvolta stordisce per come li accerchia).

Così Moonlight diventa davvero il racconto di un’America se non sommersa almeno trascurata nella narrazione della nazione. Una storia in cui non compaiono mai bianchi che è l’ideale congedo alla e della America obamiana scossa dalle violenze contro gli afroamericani. La controstoria minore di un americano ai margini del racconto dominante: nero, gay, mezzo criminale; ma anche rinnegato, emarginato, abbandonato.

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