Recensione: Jackie

JACKIE (U.S.A.-Cile, 2016), di Pablo Larrain, con Natalie Portman, Peter Sargaard, Greta Gerwig, Billy Crudup, John Hurt. Biografico drammatico. ****

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«Quando una cosa è scritta, significa che è anche vera?» si chiede retoricamente Jackie, trincerata in una maestosa quanto fredda casa bianca nel Massachusetts dove riceve la visita di un giornalista. Le fa eco, nel complesso e talvolta onirico intreccio memorialistico tessuto dalla donna, il cognato Bobby, con la faccia di chi percepisce l’infausta predestinazione: «la storia è così crudele, non ci dà tempo».

Ma per cosa sarà ricordato JFK, per aver risolto una crisi missilistica da lui stesso provocata? O per essere il simbolo di un sogno interrotto? Allora il monito canterino tratto da Camelot, il preferito tra i musical del presidente, «nessuno dimentichi che ad un certo punto è apparso un fugace barlume di gloria», diventa quindi la chiave per costruire la mitologia di una generazione raccolta attorno al carisma di un uomo da ricordare solo in quanto perfetto (malgrado lei ammetta, alludendo alle scappatelle di dominio pubblico, che «ci eravamo promessi di più»).

Eppure tutto ciò risponde anche alla domanda che (si) pone la vedova: «a me cosa resta?». Restano il volto devastato dalle lacrime e sporco del sangue esploso dal cervello colpito a morte, un abito rosa che da quintessenza del glamour diventa l’insanguinato simbolo della fine dell’innocenza («facciamogli vedere cos’hanno combinato a Jack»), una storia da raccontare che non può essere derubricata a cronaca come altri omicidi presidenziali (James Garfield e William McKinley) ma assurta a mito alla pari della morte violenta di Lincoln.

Come tutto il cinema di Pablo Larrain, Jackie è un film sulla consapevolezza che la storia in fieri possa essere o diventare altro. L’ex first Lady domina l’intervista grazie al suo talento nel manipolare i fatti al fine di perseguire l’obiettivo prefissato: omettere la fragilità e il rancore («non pensi nemmeno per un attimo che glielo lascerò pubblicare») ed esaltare ciò che avrebbe potuto realizzare il marito, sorvolare sui vizi (gli dei non fumano) e far capire l’esigenza simbolica di un funerale in cui ostentare il lutto della nazione.

Con la coscienza di essere speciali in quanto predestinati alla gloria, di non essere come la maggior parte delle persone. Chi parla di sguardo acritico avrebbe forse preferito un condensato di scandali ed ipocrisie familiare, ma trascura o forse non afferra l’epifania che coglie Jackie alla fine di un’intervista rivelatasi una seduta di autocoscienza: «non ho saputo distinguere tra la verità e la recita». D’altronde, le ricorda il giornalista, non ha vinto un Emmy per il documentario in cui, per la prima volta, introduce gli americani nella Casa Bianca?

La sceneggiatura di Noah Oppenheim immagina quindi una vita sul confine dell’allucinazione, sospesa tra necessità di mostrarsi irreprensibile e bisogno di perdersi nel dolore (fondamentali il montaggio febbricitante di Sebastian Sepulveda e la tesa colonna sonora di Mica Levi), e trova nel forestiero Larrain il regista ideale per scandagliare il potere nell’inconscio di un privato inconciliabile col dovere pubblico.

Eternata dal tailleur rosa Chanel prima lindo poi macchiato, mitizzata da quello rosso della visita guidata alla Casa bianca (con la consueta vocazione mimetica, Larrain ha ricostruito i documenti servendosi di una cinepresa d’epoca), la Jackie di Larrain non è un manichino riproducibile come ai grandi magazzini.

Forse trova la sua cifra nella dicotomia tra il pullover bianco che indossa durante l’intervista (la divisa di una vedova tornata vergine) e l’abito nero del funerale, avvolta in un velo che la rende madonna piangente, officiante di un lutto collettivo, vedova della nazione. Una inafferrabilità ben espressa dalla controllatissima performance di Natalie Portman, all’altezza di uno smarrimento alcolico ed onirico che all’improvviso cede il passo ad una fredda ed inappuntabile gestione del dolore.

E dalla sua costumista, Madeleine Fontaine, che nella ricostruzione filologica dei vestiti indaga nel mistero di una personalità. Il ballo finale, con Jackie agghindata come una dea e i due Kennedy in smoking a contendersi le sue attenzioni, è come il numero finale di un musical in cui è racchiuso il senso di uno spettacolo: quello delle persone che abbiamo scelto di credere migliori di noi è un destino di morte. E Jackie è un film sul tempo e sulla morte, sulla storia e sul post mortem.

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