Recensione: Vi presento Toni Erdmann

VI PRESENTO TONI ERDMANN (TONI ERDMANN, Germania, 2016) di Maren Ade, con Peter Simonischek, Sandra Hüller, Michael Wittenborn, Thomas Loibl, Trystan Pütter. Commedia drammatica. *** 1/2

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È fresca notizia l’ingaggio di Jack Nicholson nel remake americano di Toni Erdmann e difficilmente si poteva immaginare attore più adatto del mitico divo ottantenne. Tuttavia, l’idea stessa di esportare e adattare il film tedesco di Maren Ade rivela una sua fragilità di fondo per il semplice fatto che Toni Erdmann è un film intimamente e disperatamente legato al concetto di Europa. È naturalmente la storia del complesso rapporto tra un padre tenero e ingombrante e una figlia raggelata e nevrotica ma è anche – o soprattutto – un viaggio nelle contraddizioni e nei dolori del vecchio continente.

Ci sono la Germania, una locomotiva economica con un “rassicurante ceto medio”, e la Romania, sfruttata e consumata frontiera della delocalizzazione, ma sono citate anche l’Italia (una donna tedesca disgustata dalla visita nella caotica Napoli), la Spagna (il parente che non lavora più a Malaga), la Bulgaria (la tradizione folkloristica). L’Europa a doppia velocità è tutta qui.

Dalla prospettiva individuale di un privato fatto di non detti ed incomunicabilità si giunge ad una parabola collettiva sull’inadeguatezza del capitalismo, e con tutto ciò che ne consegue, applicato alla dimensione europea. Fermo restando che dovrebbe essere vietata per legge una commedia dalla durata di due ore e quarantadue minuti, Toni Erdmann si poggia sull’equivoco dell’incasellamento di genere.

Pur con gli strumenti della commedia, compresi gags fondati sull’imbarazzo e battute di sferzante sarcasmo, il film è un dramma, se non proprio una tragedia, sulla difficoltà di affermare oggi la persistenza dell’umano. La durata-monstre, ormai concessa quasi esclusivamente ai blockbuster, specie nella golden age della quality tv che impone una narrazione infinita e frammentata ma comunque consumata a piacimento dello spettatore, non intende soltanto sfidare la pigrizia del formato consueto ma anche prendersi il tempo dovuto ad una riflessione di tale respiro.

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A suo modo è un percorso di conoscenza reciproca in terra straniera (siamo a Bucarest), in cui le talora incomprensibili ragioni del capitale determinano la natura del rapporto tra il padre, un insegnante di musica settantenne sempre teso all’esercizio della burla per esorcizzare la realtà, e la figlia, una manager incaricata di provvedere al taglio di molti lavoratori facendo le veci delle grandi aziende.

Laddove sussiste l’incapacità di dire ciò che il cuore vorrebbe sentire, interviene Toni Erdmann, un doppio del padre che grazie ad una parrucca beat e una dentiera ridicola riabilita la figlia a quel senso dell’umorismo indispensabile per convivere col mostro del capitale.

L’improvvisa e quindi dirompente sequenza del party nudista, con l’apparizione del totemico scimmione, è una delle più felici metafore viste ultimamente sul conflitto tra maschere e identità nella cultura europea (meglio, ad esempio, de La ragazza senza nome dei Dardenne, che s’incartava nella sua stessa figura retorica). Se il corpo nudo è un non-vestito indossato con mimetico opportunismo, il corpo peloso e senza volto è un vestito che ha la funzione di risvegliare la coscienza sopita sotto il nulla del conformismo.

Non a caso trattasi di maschera tipica della tradizione bulgara, a cui il folklore locale riconosce l’allontanamento degli spiriti del male. In un momento in cui il cinema dell’Europa (esiste un cinema europeo?) s’interroga sulla natura stessa dell’unione politica, scegliendo spesso il lavoro come catalizzatore delle incoerenze continentali, Toni Erdmann s’erge tra i più stravaganti e commoventi discorsi sull’angoscia contemporanea del vivere in Europa.

Andando oltre la rete della metafora, trovando una mediazione poetica nella leggerezza suggerita dalla commedia, e senza dimenticare la lezione precedente della via nordeuropea al naturalismo come pure alle sensibilità dell’est, ora tenera (la canzone alla festa) ora agghiacciante (il sesso e i pasticcini), Maren Ade costruisce un racconto di necessaria libertà anche grazie a due attori in meraviglioso stato di grazia.

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