Celluloide | Carlo Lizzani (1996)

 

Nel 1983, Ugo Pirro, sceneggiatore due volte candidato all’Oscar e per di più nello stesso anno (nel ’72 per Il giardino dei Finzi Contini e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto), mentre si concedeva sempre meno ad un mezzo cinematografico non più appagante, diede alle stampe un memoir sulla lavorazione di Roma città aperta. Il libro, che letto oggi resta ancora appassionante e gustoso, contaminava la cronaca storica, raccontando i mesi in cui i nazisti occuparono la Capitale e la successiva liberazione, con le avventure della gente di cinema, un po’ cialtrona e un po’ genialoide.

In particolare, si focalizza su due personaggi: Roberto Rossellini, regista di regime fino all’anno prima, seduttore nato senza un quattrino; e Sergio Amidei, sceneggiatore con pessimo carattere e grande talento. Partendo da quest’amicizia virile, ora armoniosa ora brusca ma sempre sincera e schietta, Pirro ha scritto la storia mettendo insieme ricordi personali, conversazioni intrattenute coi protagonisti, veri pettegolezzi e reali leggende che da decenni giravano nell’ambiente.

A lui va il merito di aver eternato e romanzato un mondo forse incosciente di essere dentro la storia in fieri e colto in un momento di straordinaria fertilità creativa ed estetica. Come nella fondamentale Avventurosa storia del cinema italiano di Franca Faldini e Goffredo Fofi, Celluloide, che è a suo modo uno spin off di quella immensa tessitura memorialistica, raccoglie episodi singoli che in una visione collettiva diventano elementi di un discorso di magmatica complessità.

Carlo Lizzani è, in questo senso, il regista perfetto per l’operazione, perché la sua opera non dimentica mai la prospettiva storica di ciò che racconta. Non soltanto per i temi che affronta (la lotta partigiana di Achtung! Banditi e Il gobbo, la fine del fascismo de Il processo di Verona e Mussolini ultimo atto, i molti instant movie…) ma proprio per la ricchezza intellettuale della sua riflessione sulla storia come chiave per scandagliare il carattere dell’italiano di fronte al conflitto.

In sede di sceneggiatura, Pirro e Lizzani si fanno affiancare da Furio Scarpelli, uno dei padri della commedia all’italiana, a cui va sicuramente accreditato l’innesto ironico che vena lo sguardo di questa piccola epica di sconfitti (in quanto nazione) che trovano il riscatto attraverso un progetto folle ma infine vincente. La scena in cui appare Christopher Walken come militare americano cinefilo, pur attendibile, sembra voler lasciar intendere il senso di una predestinazione, l’intervento esterno che dà una mano agli audaci.

E d’ironia è velata la memorabile interpretazione di Giancarlo Giannini, un Amidei brusco e fragile, vero perno di una narrazione che l’omaggia esplicitamente come demiurgo del film e di tutto ciò che ne consegue, dall’etica all’estetica del movimento che battezza. L’istrionico attore, qui saggiamente controllato, fa un po’ ombra a Massimo Ghini, che pur rinunciando al mimetismo sa trasmettere bene la capacità affabulatrice, il positività romanesca, il fascino ruffiano (e non risparmia Milva, nobildonna stregata per finanziare il film).

Celluloide è certamente un film d’attori, che però adottano approcci diversi: se Massimo Dapporto sceglie di tratteggiare il mitologico produttore Peppino Amato con spirito caricaturale, come in una delle mille battute di cui era incosciente protagonista per la voglia di grandeur e l’abissale ignoranza, Antonello Fassari, forse intimorito dal dover interpretare Aldo Fabrizi, agisce di sottrazione pur con bonario ed affettato macchiettismo.

Perfino Anna Falchi grazie a Lizzani recita dignitosamente, benché il torbido fascino di Maria Michi non sia alla portata del simpatico sex symbol degli anni novanta. Meglio, naturalmente, Lina Sastri che si misura nella titanica impresa di rappresentare Anna Magnani senza esagerare nel trasformismo e cercando nella fiera fragilità della diva il modo di farla rivivere con affettuosa sensibilità.

Con la consueta saggezza, Lizzani decide di non rifare la celebre scena della morte della sora Pina, anche per non mettere la Sastri nell’imbarazzo dell’impossibile. Ma è pure una scelta dettata dai limiti di un budget irrisorio, che tuttavia permette al regista di ottimizzare con le risorse a disposizione. Così Celluloide diventa uno stranissimo, simpatico, onesto, ingegnoso film sospeso tra ricostruzione filologica e studio documentaristico, lavorando molto in interni (Roma è fin troppo cambiata in cinquant’anni) e valorizzando il non-luogo di Cinecittà.

Perciò inizia con gli attori in sala trucco che quasi recitano se stessi, pronti per una messinscena che svela subito il mistero della recitazione, finendo per manifestare da una parte il debito morale con l’umanesimo didattico dell’ultimo Rossellini, in cui gli attori sono corpi al servizio di un progetto, e dall’altra la strenua volontà di realizzare a tutti i costi un film del genere, politico e affettuoso, doveroso ed appassionato.

CELLULOIDE (Italia, 1996) di Carlo Lizzani, con Giancarlo Giannini, Massimo Ghini, Anna Falchi, Lina Sastri, Massimo Dapporto, Antonello Fassari, Milva, Christopher Walken. Storico drammatico. ** ½

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