Recensione: Il padre d’Italia

IL PADRE D’ITALIA (Italia, 2017), di Fabio Mollo, con Luca Marinelli, Isabella Ragonese, Anna Ferruzzo, Federica De Cola. Mélo. ***

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Paolo ha trent’anni, lavora in un grande magazzino a Torino e la sua storia d’amore è finita dopo otto anni. Parla poco, la malinconia gli fa compagnia finché, in una dark room, s’imbatte in Mia, cantante coi capelli rosa, senza documenti né soldi ma con una figlia in grembo. Convinto che tutti i bambini abbiano bisogno di un genitore, Paolo accompagna Mia a Napoli, per incontrare il presunto padre.

Nonostante l’omosessualità di Paolo, Mia intuisce che probabilmente è proprio quel suo strano compagno di viaggio l’uomo con cui crescere la nascitura. Forse perché Paolo è un padre nato perché non è mai stato figlio. O un figlio alla disperata ricerca di un legame col mondo, che può trovare inevitabilmente lontano dalla famiglia che non ha. Anche Mia, che figlia e madre è già, è scissa dal nido calabrese da cui è scappata ma per sua scelta (il suo sguardo col padre che zappa dice tutto).

Ha negli occhi la predestinazione al dolore, Mia, che in famiglia chiamano Mimma e, in realtà, si chiama Domenica, come Mia Martini, l’indimenticata sorella di Loredana Bertè. E proprio grazie a due canzoni della rocker più tormentata che Paolo e Mia imparano a conoscersi, a capire se il loro dolore si somiglia, se è possibile non mettere fretta al cuore a chi non riesce nemmeno a parlare con sé.

La dimensione pop si ferma qui, con lo stucchevole ricorso al canzoniere italiano ormai immancabile nel cinema d’autore e che, in un curioso gioco di rispecchiamenti, fa cantare a Luca Marinelli (straordinario nella sottrazione) la stessa canzone che intonava in Lo chiamavano Jeeg Robot. Ma sarebbe ingiusto appigliarsi a questo elemento, perché Il padre d’Italia ha un’ambizione, rilevata sin dal solenne e felicemente ambiguo titolo, che collima col racconto simbolico e la rapsodia generazionale.

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Servendosi delle possibilità date dal road movie, pur con qualche incertezza nella coerenza geografica, Fabio Mollo (bravissimo, ma note di merito anche alla fotografia di Daria D’Antonio e al montaggio di Filippo Montemurro) architetta un viaggio nella periferia sentimentale di un Paese che, se non sterile, sembra comunque incapace di tramandare ai propri figli, i suoi abitanti, il senso del venire al mondo.

Un po’ come in Mia madre di Moretti, ma in una prospettiva opposta (lì il commiato di una figlia alla madre, qui l’accoglienza di un padre ad una figlia non sua), il film riflette sulla potenza della trasmissione. Paolo è inconsciamente pronto ad essere la figura che non ha mai conosciuto, può trasmettere alla piccola ciò che ha imparato da solo, osservando e rivendicando il bisogno di essere fragili.

E Mia? Isabella Ragonese, la nostra attrice più all’altezza del melodramma quotidiano, sa restituirne l’instabilità attraverso una recitazione fisica, arrogante, delicata. Cinema del riflusso contemporaneo che riesce a non ripiegarsi nel confortevole anfratto del passato per sporcarsi le mani col concetto di futuro, con un finale che, forse troppo volto alla dimostrazione del suo progetto simbolico, è di struggente onestà.

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