Recensione: Miles Ahead

MILES AHEAD (U.S.A., 2015) di Don Cheadle, con Don Cheadle, Ewan McGregor, Zoe Saldana, Keith Sainfield. Biografico. ***

inedito in sala, disponibile su Sky Cinema

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«Se devi raccontare una storia, mettici un po’ di spirito» dice, con la voce roca e vagamente alcolica, protetto da un paio di occhiali scuri, Miles Davis, agitando tra le mani una sigaretta. È un’intervista che dovrebbe annunciare il suo grande ritorno dopo cinque anni di silenzio. Nella sua biografia, questo oscuro lustro, tra il ’75 e l’80, segnato da dipendenze e dolori fisici, è un periodo su cui sono state naturalmente elaborate congetture, ipotesi, fantasie.

Quella di Don Cheadle appartiene probabilmente a questo mondo: un romanzato tranche de vie raccontato con un po’ di spirito e cioè l’adesione alle inquietudine spettrali di un uomo, l’ammirazione per il grande musicista innovativo, l’omaggio immaginario ad una figura storica. Recluso in una grande casa da cui esce solo per procurarsi droga, il claudicante Davis si ritrova in casa un invadente giornalista di Rolling Stones incaricato, pare, di scrivere un articolo sul suo atteso ritorno in scena.

Come i famelici produttori della Columbia e altri opportunisti di varia estrazione, tutti ambiscono alle nuove registrazioni del trombettista. Attorno a questi ambitissimi nastri si sviluppa una storia che accoglie evocazioni noir (la città è un luogo buio e violento pieno di misteriosi anfratti), elementi da buddy movie (le avventure della coppia formata da musicista e giornalista), suggestioni blaxploitation.

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Sembra un film che arriva dritto dagli anni settanta, dalla paranoia sociale applicata alla vita privata (c’è sempre qualcuno che ti insegue o vuole ingannarti per ricordarti l’inganno della nazione) all’inferocito montaggio che, come in un film della nouvelle vague alla Ascensore per il patibolo (non a caso musicato da Davis), segue l’andamento incessante e improvviso della tromba suonata su un ring mentre ci si prende a pugni lasciando sgorgare il sangue.

In questo appassionato racconto di vita che concentra nell’arco di una giornata frenetica un passato che va oltre i reticoli dei flashback espositivi per imporsi come cifra di comprensione del presente. E ovviamente è una questione di amore perduto. E la grande attesa per l’ascolto delle registrazioni nulla può di fronte al decadimento anzitutto esistenziale di una leggenda annullata da se stesso in un bicchiere troppo pieno di “liquore marrone”.

Senza nulla anticipare, il finale è proprio la messinscena di questa dissoluzione che non può non essere chiave di svolta per la rinascita. Sui titoli di coda, la tesi di fondo di Cheadle si esalta nel concetto di contemporaneità, ispirazione, potenza dell’antieroe titolare. Lui, regista e attore, che dire, sembra nato per il ruolo.

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