Recensione: In viaggio con Jacqueline

IN VIAGGIO CON JACQUELINE (LA VACHE, Francia, 2016) di Mohamed Hamidi, con Fatsah Bouyahmed, Lambert Wilson, Jamel Debbouze, Julia Piaton. Commedia. ** 1/2

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Fatah dice che in Algeria la televisione trasmette solo baffi, perfino i cartoni hanno i baffi. Sono i baffi del potere, ovvio, ma, siccome siamo tutti sottomessi a qualcuno che è a sua volta sottomesso e via dicendo, anche i compaesani di Fatah passano la giornata a deriderlo sotto i mustacchi.

Contadino umile e gentile, riesce finalmente a farsi invitare al Salone dell’Agricoltura di Parigi, dove farà gareggiare la sua vacca Jacqueline in un concorso di bellezza ad hoc. Gli uomini della sua comunità gli offrono i soldi per affrontare il lungo viaggio, con la vaga speranza di ridere del suo fallimento.

Da qui parte questo inconsueto road movie sull’amore di un uomo per una mucca e tutto ciò che gira attorno, dal cognato esagitato al nobile decaduto e depresso passando per una gaia compagnia di maghi e degli incazzatissimi agricoltori.

Insomma, Au vache Jacqueline, se vogliamo scomodare Bresson, o più semplicemente un aggiornamento del citato ed omaggiato La vacca e il prigioniero con Fernandel, ma il punto di vista non è della magnifica bestia messa al centro della scena con un sapiente concentrato di tenerezza e regalità, follia in potenza e ammirazione dell’impresa.

Il punto di vista è di Fatah, un puro assoluto che si fa trascinare dal vortice della mondanità ruspante con qualche bicchiere di troppo di grappa alle pere ad una sagra di campagna (da cui un tormentone) ed è convinto di corrompere un funzionario pubblico con cinque euro per riottenere il suo bene più prezioso (e ce la fa a corromperlo!).

Fatsah Bouyahmed

In lui c’è il pudore del musulmano e la scoperta del viaggiatore, l’attaccamento alle radici e l’educazione sentimentale, lo stupore per un mondo sconosciuto e la speranza di ottenere un riconoscimento alla sua dedizione.

Ad un certo punto diventa anche un personaggio mediatico, assurdamente idolatrato dalle masse «che si identificano nella sua impresa» e in realtà molto a proprio agio nel ruolo naif del simpatico poveretto che ha attraversato la Francia con una vacca a piedi.

Però è uno sviluppo che in qualche maniera abbiamo già visto altre volte e, pur non inficiando sulla qualità di questo prodotto di gustosissimo intrattenimento, conferisce al lieto fine un eccesso di miele che forse avrei preferito più agro.

Poco male, perché questo divertimento dal sapore antico e genuino svolge la sua funzione con sicurezza e abilità, e affidandosi alle ottime prove di Fatsah Bouyahmed e Lambert Wilson nonché alla meravigliosa tempra di Jacqueline.

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