Recensione: Elle

ELLE (Francia-Belgio-Germania, 2016) di Paul Verhoeven, con Isabelle Huppert, Laurent Lafitte, Anne Consigny, Charles Berling, Judith Magre. Grottesco. *****

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Un gatto fissa imperterrito lo stupro della sua padrona. Qualche giorno dopo, lei lo afferra e lo rimbrotta: certo che potevi almeno graffiarlo. Eppure non sembra troppo turbata da quella mancata difesa. C’è qualcosa in Michèle che la spinge istintivamente a desiderare di rivivere ancora quel momento, in improvvisi flashback che ipotizzano diverse versioni dei fatti come pure negli (in)attesi ritorni del violento uomo col passamontagna.

Si parla e si parlerà molto di Elle, la clamorosa rentrée con cui Paul Verhoeven ha sconvolto il cinema europeo mettendo in scena l’osceno dell’angoscia, l’evidenza di uno scandalo segreto, un’incredibile autodeterminazione. Se ne discuterà perché si fa carico di una storia sgradevole, non tanto per ciò che racconta ma per come la racconta, per la straordinaria armonia con cui l’esperto regista senza frontiere (prima talento emergente olandese, poi picconatore dell’erotismo americano, infine rimpatriato nel vecchio continente qui alla prima prova con capitali francesi) accorda la sua poetica della crudeltà alla feroce recitazione della protagonista.

Nei panni borghesi che fasciano la carne ora esangue ora sfregiata di Michèle, la colossale Isabelle Huppert brucia di glaciale ferocia per come riesce a far coagulare nel suo piccolo corpo incandescente la spericolata ambizione di annullare il trauma nella voglia di esorcizzarlo, il desiderio di attirare a sé il desiderio altrui per poterlo gestire con pragmatico cinismo, la spietata incapacità di perdonare chi l’ha introdotta al dolore.

Impossibile lavarlo, quindi purificarlo, verrebbe da dire vedendola nella vasca, intenta ad occultare nella schiuma la scia di sangue che le sgorga dalle zone intime. Quel corpo per sempre cosparso d’uno strato di cenere funerea, eternato da una foto rimasta nella storia della cronaca nera nazionale. Impossibile da soggiogare, coi suoi scatti nervosi e la certezza di esser sempre dominante rispetto al partner di turno (il figlio debole, l’ex marito fiacco, l’amica devota, l’amante sprezzante, la madre sfiorita), anche se è forse ciò che brama più d’ogni altra cosa: essere, finalmente, l’oggetto di una perversione.

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Come nei videogames che produce, spronando i sottoposti – ovviamente tutti maschietti attratti da lei, compreso quello apparentemente più scontroso – ad accentuare la componente erotica (leggi: pornografica). Se il mondo è controllato dal capitale, tanto vale fottere e farsi fottere dal capitale, e da colui che col capitale ci gioca, the broker, l’intermediario tra due perversioni che devono sbranarsi per riconoscersi, immaginarsi, bramarsi, respingersi, eliminarsi.

Elle è esattamente questo: un violento, grottesco, inafferrabile gioco al massacro, un ballo che corteggia e rifiuta la morte, diretto da un signore che sottrae laddove voyeur potrebbe facilmente esporre preferendo l’allusione (l’arrivo in auto nel parcheggio del carcere), l’invisibilità (il rapporto tra Michéle e gli organi sessuali), il vigore (gli incontri col maniaco). Qualcosa di Hitchcock nella misura della tensione domestica, di Chabrol per lo sguardo sulle ipocrisie delle liturgie borghesi, di Haneke nell’apparente normalità di una frattura sociale, ma c’è soprattutto l’implacabile Verhoeven.

E solo iddio sa quanto abbiamo bisogno, oggi, di un anziano ed elegante bombarolo che fa alzare dalla poltrona il pigro pubblico del ceto medio riflessivo, scandalizzato e nauseato da cotanta vergogna. Elle è un denso, sovversivo capolavoro repulsivo.

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