Recensione: L’altro volto della speranza

L’ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA (TOIVON TUOLLA PUOLEN, Finlandia, 2017), di Aki Kaurismäki, con Sherwan Haji, Sakari Kuosmanen, Ilkka Koivula, Janne Hyytiäinen, Kaija Pakarinen, Niroz Haji. Commedia drammatica. ****

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Come lo Shylock shakespeariano, anche i protagonisti de L’altro volto della speranza considerano il mondo per quel è. Magari non il palcoscenico sul quale ciascuno recita la propria parte, ma sicuramente il luogo di una messinscena in cui i ruoli in commedia, almeno i principali, alludono a tipi umani spesso omologati alle convenzioni.

Khaled, il clandestino siriano che appare dal buio e sbarca da un cargo in Finlandia dopo un pellegrinaggio nel cuore del continente, può (deve?) rinunciare alla propria identità per poter (soprav)vivere nel mondo a prima vista civile e civilizzato.

Andando oltre il prestampato della vittima incomprensibile agli imperversanti rigurgiti di razzismo e nazismo, Khaled diventa Khalkid, il tenace facsimile di se stesso che, attraverso la speranza di ricongiungersi con la sorella, rivendica l’appartenenza ad un popolo le cui sofferenze non sono né accolte né comprese dall’accogliente paese scandinavo.

Il terrore di non essere all’altezza dell’ipocrita pietismo locale sta tutto nell’interrogatorio in primo piano: le voci monocordi, tipica marca autoriale, non possono celare l’osceno della sordità di chi nega l’adesione all’umanità.

Allo stesso modo, l’altro standard, il maturo ex rappresentante di camicie che si reinventa ristoratore grazie ad una buffa vittoria al tavolo verde, è tale perché totalmente organico al progetto artistico del suo autore.

Come e più degli altri, Waldemar è laconico, immoto, essenziale, composto, keatoniano, lavora di gesti e sguardi nell’economia motoria: lascia la moglie triste depositando chiavi e fede sul tavolo, ascolta senza trepidazioni i piani futuri di una commerciante pronta a mollare tutto e volare in Messico, capisce la cialtroneria dell’ex ristoratore per come s’infila i soldi nella tasca.

Quasi balzachiano, Waldemar è un borghese che trova il suo referente nel denaro: non gli manca, lo tratta per quel è, ne elargisce senza generosità ma per buon senso. Le strade di Khaled e Waldemar s’incrociano, per la prima volta, in un paio di pugni che si scambiano per futile motivo.

Si riconoscono in quanto umani slegati dal mondo che resta, il secondo (che ha abbandonato il tetto coniugale) accoglie e offre protezione al primo (che ha perso la famiglia e la casa) che diventa il factotum del locale, in cui lavorano altri tre figuri.

Sorta di allegoria di un’Europa fragile, La pinta d’oro, specializzato in polpette di carne e aringhe in lattina, è il luogo ove accadono le vicende più esilaranti della storia, dal tentativo di riconversione in ristorante giapponese alle richieste di anticipi sullo stipendio.

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Ma è anche il cuore di un sentimento che non pretende ricompense, un posto di adorabili cialtroni disposti a correre il rischio di mandare tutto in malora pur di affermare il principio di solidarietà che sta alla base del concetto Europa. Nelle mani di altri autori, L’altro volto della speranza sarebbe stato un predicozzo moralista sulla necessità di stay human ad alto tasso di stucchevole buonismo.

Alla pari di lavori di tema affine ma con uno sguardo che dichiara uno scarto evidente rispetto agli altri, con una cifra autonoma che l’ha reso autore unico e seminale, Aki Kaurismäki prosegue l’annunciata trilogia del proletariato dopo Miracolo a Le Havre (benché, all’ultimo Festival di Berlino, abbia annunciato di non voler più dirigere film, ripetendo tuttavia un’intenzione già espressa nel 1994).

Dopo la carità dell’apologo portuale, ecco la speranza rivelata dal titolo e raccontata nello stile del grande e pigro autore (quattro film negli ultimi quindici anni). Le ipnotiche inquadrature dai colori foschi ed intensi e gli interventi musicali da parte di maturi rocker folk ornano di malinconia una favola, al consueto mostrata senza l’ansia naturalista, che svicola il ricatto del “siete lo stesso coinvolti” per proporsi veicolo di una moralissima e antiretorica tensione emotiva. E poi un film sull’Europa, certo. Ma sull’Europa che non sa, non fa, non può, non deve.

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