Recensione: La verità, vi spiego, sull’amore

LA VERITÀ, VI SPIEGO, SULL’AMORE (Italia, 2017), di Max Croci, con Ambra Angiolini Massimo Poggio, Edoardo Pesce, Carolina Crescentini, Giuliana De Sio, Pia Engleberth, Gabriele Anagni. Commedia sentimentale. **

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Ambra nasce corpo adolescenziale al servizio della voce del maturo Boncompagni, pigmalione che la guidava tramite l’ormai mitologico auricolare. Di acqua n’è passata sotto i ponti ma Ambra resta corpo, forse quello più interessante nel (non)divismo italiano contemporaneo.

Battezzata da Ozpetek che la vuole fatale tossica malinconica (Saturno contro), profanata da Bruno che da attrice cagna ne osserva la maturazione artistica (Viva l’Italia), eternata giovane prostituta morente (Notizie dagli scavi di Emidio Greco, il suo apice), proletarizzata da Placido in un’allegoria sul lavoro e sull’essere donna oggi (7 minuti), Ambra ha esplorato tutte le tendenze di un cinema ambizioso ma spesso non all’altezza del suo volto al contempo lucente ed ombroso.

Impiegata quasi sempre in un tipo di commedia che quando non corale (i due Immaturi, Mai Stati Uniti, Anche se è amore non si vede) la eleggeva componente femminile di un ménage indispensabile alla più abusata economia del genere (Ti ricordi di me?, Bianco e nero, Al posto tuo), l’attrice trova qui la sua prima occasione per essere protagonista assoluta. Per usare il solito provincialismo che guai a noi se lasciamo perdere, viene inserita in un progetto che oltreoceano avrebbe coinvolto una Jennifer Aniston o una Cameron Diaz.

In Italia, d’altronde, le poche ad aver goduto di una commedia costruita attorno alla loro personalità, con gli uomini relegati ad accessori necessari al meccanismo narrativo, sono Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Monica Vitti e, di recente, Paola Cortellesi. L’operazione, insomma, era rischiosa e forse lo strano (anti)divismo di Ambra non contribuiva a renderla semplice.

Non deve destare stupore se La verità, vi spiego, sull’amore è stato un clamoroso flop al botteghino (circa mezzo milione di incasso). Ché poi clamoroso lo è solo per chi non frequenta le classifiche, perché il 2017 è finora una strage di commedie che non hanno superato il milione (Slam, Questione di karma, Omicidio all’italiana, Non è un paese per giovani), con l’eccezione, guarda caso, di Mamma o papà? con la Cortellesi.

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La cosa strana è che, sulla carta, tutto pare funzionare: il personaggio, il contesto, il cast, lo sguardo. Come madre in crisi di coppia col compagno un po’ debosciato, Ambra c’è, sa incarnare tanto la fatica della rinuncia consapevole ad una vita meno modaiola quanto l’erotismo frenato di un corpo che ha temporaneamente abdicato al desiderio.

Quando conosce il vicino di casa, probabilmente per l’eccitante chimica col giovane Gabriele Anagni, Ambra mantiene bene il controllo del suo personaggio che (ri)scopre il sesso, benché coinvolto nel più logoro e telefonato degli intrecci (qui si sente un po’ l’influenza di Fausto Brizzi). Allora a mancare, probabilmente, è l’impalcatura, perché oltre al percorso personale, strutturato in maniera circolare ma senza chiusura del cerchio, al film manca una vera ragione d’esistere.

Lo stesso sfondamento della quarta parete che la protagonista pratica per spiegare e commentare le vicende denuncia il limite di un film che è nato da un blog e di quel mondo conserva tutti i limiti.

Per dire, l’elencazione degli stereotipati tipi umani con cui si rapporta Carolina Crescentini non si discosta troppo dal disegno degli stessi protagonisti: i bravi Massimo Poggio, Edoardo Pesce, Pia Engleberth, Arisa e la grandissima Giuliana De Sio (uno dei più scandalosi sperperi del cinema italiano, che l’ha dimenticata per almeno vent’anni) cercano costantemente di emanciparsi dai loro ruoli chiusi (l’amica mangiauomini, il quarantenne confuso, il poeta bambinone, la suocera borghese, la collega bruttina, la milf) e sembrano ologrammi in cerca d’autore.

È un problema di sceneggiatura che la regia fresca dell’abile Max Croci (spesso affine a Marco Ponti, ma un gradino sopra) non sa risolvere fino in fondo, restando sulla superficie di un’occasione mancata.

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