Recensione: L’eccezione alla regola

L’ECCEZIONE ALLA REGOLA (RULES DON’T APPLY, U.S.A. 2016) di Warren Beatty, con Warren Beatty, Lily Collins, Alden Ehrenreich, Annette Bening, Alec Baldwin, Martin Sheen, Matthew Broderick, Ed Harris, Haley Bennett, Candice Bergen, Steve Coogan, Amy Madigan, Oliver Platt, Paul Sorvino. Commedia sentimentale. ****

L’eccezione alla regola è Warren Beatty, che all’alba degli ottanta anni si cala nel corpo di un uomo più giovane, il quasi sessantenne Howard Hughes. Evidentemente non è una questione meramente anagrafica: col mitico produttore della Hollywood classica, il parco divo della New Hollywood condivide l’isolamento, certo quest’ultimo non al livello patologico dell’ispiratore. Ma è un dato che non appariva sul grande schermo da almeno tre lustri, alimentando l’idea di un ritiro che questo film evidentemente nega.

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Eppure non deve essere un caso che per il ritorno in pompa magna abbia scelto di presentarsi come il magnate recluso, reinterpretando la leggenda con uno spirito meno poderoso del The Aviator di Scorsese-DiCaprio, modulando l’eccentricità sul terreno della commedia sentimentale in cui il suo protagonismo è in funzione di un discorso amoroso che coinvolge altri.

Due ragazzi giovani, un autista con ambizioni di edilizia sociale e un’aspirante starlette, due personalità plasmate dalla religione nella suburbia ora affascinata ora scettica col mondo dello spettacolo. Ma anche due star in ascesa, espressioni industriali di un divismo nuovo ma immagini che raccontano una filologica devozione al moloch classico. Con la decadenza romantica trasmessa dall’anziano Beatty e il dolce anacronismo di Alden Ehrenreich e Lily Collins, L’eccezione alla regola si impone film sull’inesorabilità del tempo che scorre e al contempo un estremo tentativo di fermarlo per ricollocarlo nella finzione che si merita.

Come altri film diretti dai maestri della generazione di Beatty, è una trenodia, un’esplosione funebre, un film terminale – comunque lunga vita all’autore. Come Angeli con la pistola di Frank Capra, Nina di Vincente Minnelli, Gli ultimi fuochi di Elia Kazan, L’ultimo gioco in città di George Stevens, il film riflette sulla società della messinscena, sul mistero della macchina-cinema, sulla nostalgia del mondo perduto. E come nel contiguo e più fortunato La La Land, agli innamorati non è concesso un lieto fine almeno nella realtà.

Beatty non fa un discorso lamentoso e pedante sul cinema: piuttosto egli è dentro il cinema. Come la Bergman di Nina, le lacune della memoria sono le reticenze di un divo che mette affettuosamente alla prova la memoria della nuova generazione e le tende del baldacchino sono letteralmente il sipario calato sul crepuscolo del passato, affidando il finale negli anni sessanta ai due ragazzi colti nell’età del lancio dello stesso Beatty.

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Si potrà accusarlo di essere intrappolato nel magnifico décor da Hollywood stories: e si potrà ribaltare la critica osservando quanto la filologica ricostruzione sia in funzione del gioco metacinematografico di rispecchiamenti nelle messinscene interne. Se ne potrà osservare la fragilità narrativa: ma si potrà altresì notare l’importante lavoro di montaggio (quattro accreditati in moviola!) nel calibrare gli spazi e i tempi da concedere ad ogni anima del racconto. Un cinema antico, consapevole, oggi impensabile. Film sbagliato, malato, sofferto: un capolavoro.

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