Recensione: L’accabadora

L’ACCABADORA (Italia-Irlanda, 2015) di Enrico Pau, con Donatella Finocchiaro, Barry Ward, Sara Serraiocco, Carolina Crescentini, Anita Kravos. Drammatico. ***

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Cinema periferico, quello sardo, rispetto al romacentrismo del continente, marginale nella prospettiva di un egocentrico sistema nazionale, orgoglioso di un’identità specifica che alla pigrizia dell’apparato industriale risponde con una produzione solitaria ma non isolazionista. Difficile trovare paragoni pertinenti, nella produzione contemporanea, a L’Accabadora, il terzo lungo di Enrico Pau, protagonista della ormai riconosciuta nouvelle vague regionale assieme a, tra gli altri, Salvatore Mereu, Peter Marcias, Giovanni Columbu, Bonifacio Angius.

Probabilmente bisogna tornare ad un passato, neanche troppo remoto, in cui la magnifica cura formale non presupponeva uno sterile preziosismo figurativo. Piers McGrail, direttore della fotografia irlandese per doveri di coproduzione, filtra col fantastico quando fissa le immagini di una solare epica naturalista, e un attimo dopo ritorna ad un’opaca oscurità cimiteriale, con invisibili fiammelle a significare la sussistenza di anime passate in giudicato divino.

Nel crinale tra vita e morte, e dentro ciò che accade nel mistero del trapasso, si muove una storia che è un personaggio: quello della donna titolare del film, a cui la comunità e il destino delegavano il ruolo di angelo della morte, dispensatrice di un’eutanasia brutale ma indispensabile in casi estremi.

Figura mitica, mai riconosciuta dall’antropologia ufficiale, l’accabadora è Annetta, che solo per un necessario accidente narrativo vive durante la seconda guerra mondiale. Funzione e persona, d’altronde, si confondono in un altrove spaziotemporale, arcaico ed eterno, in cui la distinzione si avverte dalla fattura dell’abito ma non dal colore. Annetta, che veste un austero e plebeo nero, si fascia in un mantello di pezze che la rende cupa antimadonna e toglie la vita con l’amore di una seconda madre.

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Molto del film sta qui, nel silente tormento di una predestinata che non sa convivere col quotidiano di quel che resta della famiglia (Sara Serraiocco, nipote indocile sulla via della perdizione) o con l’imprevisto di un amore impossibile col medico locale (Barry Ward comunica un paziente senso di estraneità). Donatella Finocchiaro, originaria dell’altra isola italiana, avara di parole e con ammirevole autocontrollo, attraversa le macerie, le credenze e i dolori di una Cagliari livida con spettrale inquietudine.

Pau distilla l’estetismo con tensione verista, allontana il pericolo dell’autoesotismo offrendo il panorama rurale di un territorio martoriato dalla guerra calata dall’alto, riflette sulla potenza della leggenda senza la volontà di giudicare. Pur con qualche perdita di quota nel tratteggiare una cornice narrativa non sempre avvincente (anche se il telefono che squilla nella casa vuota è una bella idea), L’accabadora, uscito con colpevole ritardo dopo molte esperienze festivaliere, è puro cinema di caratura europea.

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