Recensione: Le cose che verranno

LE COSE CHE VERRANNO (L’AVENIR, Francia, 2016), di Mia Hansen-Løve, con Isabelle Huppert, André Marcon, Roman Kolinka, Edith Scob. Drammatico. *** ½

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già pubblicata su Cinefilia ritrovata

Dall’universale al particolare. Rispetto alla consuetudine del racconto sull’individuo che si fa parabola collettiva, ecco un percorso al contrario che però si smarca dalla tentazione di cullarsi nell’individualismo, il morbo di un eterno contemporaneo, oggetto di discussione nei consessi dei giovani pensatori radicali. Nathalie col radicalismo non sa più conciliarsi, può darsi che proprio non le interessi più.

La sua stagione l’ha vissuta da un pezzo, quando l’adesione al comunismo la spinse fino in Unione Sovietica; e lì forse s’abituò all’idea che la realtà spesso non è all’altezza del desiderio. Allora ha sposato il suo amore di gioventù, cresciuto due figli, accudito la madre svanita, tappato la casa di libri. E soprattutto è diventata insegnante di filosofia, incanalando la passione nella necessità di trasmettere alle nuove generazioni l’esigenza di accordare la vita alle idee.

Eppure manca qualcosa. Il trauma, lo shock che la sua vita borghese reclama negli anfratti ovattati dell’ipocrita loculo domestico, come pure quando, sull’autobus che la porta a scuola, continua a leggere mentre fuori divampa la protesta. “Discutere della verità è un conto, contestarla è un altro”, sostiene con lo sguardo di chi ha messo il freno al furore. Una contestazione, quella dei giovani cosiddetti ingovernabili, che, per quanto estemporanea, confusa e maldestra, la professoressa non è in grado di comprendere.

Come Sarkozy, da destra, che in tv condanna le ribellioni, Nathalie, da sinistra, incarna una generazione travolta da un presente (quindi un’ipotesi del futuro) che non comprende, difendendo, in fondo, quelle comode rendite di posizione conquistate quando lei stessa uccise il padre. Anche se, o forse proprio perché, lei un padre non ce l’ha mai avuto. Uccidere la madre?

Nathalie è soprattutto madre, di tutti i membri della sua famiglia e dello studente più brillante, il “cocco”, il figlio mancato che il figlio reale descrive come la sua “antitesi fisica e intellettuale”. Nel momento in cui decide di essere donna nonostante sia (stata) soprattutto madre per almeno trent’anni, rivela a poco a poco la fragilità repressa dall’orgoglio, fa in modo di eliminare le tracce di sé dai luoghi del passato, va altrove per ritrovare la libertà in una giovane comunità che è tornata alla terra e ha scelto l’isolamento.

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“Finché si desidera si può fare a meno di essere felici”, dice l’amato Rousseau nell’Eloise, dove pure sostiene che “ogni età e condizione di vita ha una sua propria perfezione e maturità”.

Tardivo racconto di formazione sulla crudeltà e sulla generosità del tempo, sulla “pace profonda” da condividere con qualcuno (se stessi?) come canta Woody Guthrie, tanto più ovviamente intessuto di filosofia senza tuttavia restarne fagocitato, Le cose che verranno vede Mia Hansen-Løve per la prima volta alle prese con un personaggio di età non più verde.

Lo tratta col medesimo e mai stucchevole affetto con cui già osservava i ragazzi e i giovani adulti dei lavori precedenti, rimanendo coerente ad un cinema dai toni sommessi che asciuga i temi del mélo con un metodo votato alla semplicità, alla limpidità.

Sotto la sua regia trasparente e mai invisibile, Isabelle Huppert conferma di essere attualmente l’unica attrice (europea) a saper adattare all’oggi i codici tradizionali del dramma borghese, dominando il film con la magistrale autorevolezza di chi porta sul volto le tracce di un audace e glorioso percorso esistenziale, nonché conflitti personali da decifrare per offrire la soluzione meno ombelicale possibile.

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