Recensione: Insospettabili sospetti

INSOSPETTABILI SOSPETTI (GOING IN STYLE, U.S.A., 2017) di Zach Braff, con Morgan Freeman, Michael Caine, Alan Arkin, Ann Margret, Matt Dillon, Christopher Lloyd. Commedia. ** ½

 

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Chissà come diavolo è finito Zach Braff alla regia di Insospettabili sospetti, brutto titolo italiano per il remake molto libero dell’ormai classica (specialmente negli States) commedia geriatrica Vivere alla grande (1979). Cosa c’entra la star del formativo, indimenticato Scrubs con l’avventura di tre anziani che, privati della pensione, si improvvisano rapinatori?

Apparentemente nulla, ma in fondo anche Martin Brest, il regista del prototipo, era un giovanotto di ventotto anni. Braff ne ha quarantadue ma porta in dote una freschezza che gli deriva un po’ dall’esperienza d’attore e un po’ dal (moderato) status d’autore. A spulciare la sua parca filmografia, le due anime coincidono: in circa quindici anni, Braff ha recitato in una decina di film, ma le due prove più importanti sono quelle in cui è anche regista.

Il mai dimenticato esordio La mia vita a Garden State, tra gli esiti più alti del cinema americano indie degli anni zero, e Wish I Was Here, meno compatto ma comunque interessante, vanno letti come una sorta di “post-boyhood” del corpo Braff: prima il trentenne irrisolto che torna a casa per elaborare la malinconia del non sapere stare al mondo; poi il padre di famiglia quarantenne insoddisfatto che si prepara ad affrontare l’ultimo lutto di una infinita adolescenza.

Ora, il motivo per cui Braff sia stato coinvolto in questo rifacimento è quasi sicuramente riconducibile ad una contropartita legata al flop dell’opera seconda, anche se, a ben vedere, nel suo tocco più agro che dolce c’è una delicatezza qui abbastanza pertinente.

Intendiamoci, la macchina è guidata dai protagonisti, che s’inseriscono in grande stile nel recente filone senile, già frequentato da questi tre premi Oscar: Morgan Freeman in Non è mai troppo tardi (dove affianca Jack Nicholson, il capofila della tendenza con A proposito di Shmidt e Tutto può succedere), Red e Last Vegas; Michael Caine star dei testamentari Mister Morgan e Youth; Alan Arkin in Uomini di parola e, più laterale, ne Il grande match.

Benché si affidi con lucidità al consumato mestiere dei tre, sempre monumentali nella loro capacità di aderire ai personaggi con sensibilità e gigionismo, Braff trova qualcosa da dire laddove, restando nella leggerezza, deve passare dal (melo)dramma alla commedia nell’arco di un’inquadratura. Gli riesce quando mette in scena un’amicizia che si dichiara a se stessa non nelle parole ma negli occhi annacquati di Freeman, nel sornione broncio di Arkin o nel sorriso nostalgico di Caine.

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O nel volteggiare attorno alla rediviva Ann Margret (che più di vent’anni fa già si proponeva come maturo oggetto del desiderio in Due irresistibili brontoloni), paziente ed affettuosa seduttrice in attesa del risveglio di Arkin. O nel fissare Christopher Lloyd, a cui bastano poche pose per lasciare un segno.

È interessante notare questa attitudine al racconto senile: come se, in qualche modo, stia ipotizzando il suo capitolo finale, proiettandosi con quarant’anni d’anticipo in una probabile storia sull’anzianità del personaggio-Braff.

Poi, certo, gioca facile nei momenti di “azione”, buffe versioni di un heist movie: se gli va bene ammicca ruffiano alla complicità dello spettatore (la goffa rapina al supermercato), altrimenti ricicla banalmente topos della commedia giovanilistica (gli effetti delle canne).

Tuttavia ha la coscienza di non dover e poter troppo incidere in un prodotto così visibilmente confezionato. E non tanto perché non è Richard Linklater o Lawrence Kasdan, ma semplicemente perché il film avrebbe bisogno di un guizzo anarchico negato dalla rigida sceneggiatura di Theodore Melfi.

Nell’adattare la storia alla contemporaneità, l’autore de Il diritto di contare sceglie di localizzare i protagonisti in un ceto sociale sofferente (i pensionati della working class), motivare l’intenzione criminale («le banche hanno distrutto questo Paese» dice Caine), aderire ad una visione popolare (per vendicarsi dei soprusi, decidono di attaccare simbolicamente la loro banca), rimandare il dolore ad un futuro comunque breve, rinunciando all’amarezza del prototipo in favore di una più rassicurante, conciliante, ruffiana, necessaria vittoria degli ultimi.

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