Recensione: Tutto quello che vuoi

TUTTO QUELLO CHE VUOI (Italia, 2017) di Francesco Bruni, con Giuliano Montaldo, Andrea Carpenzano, Arturo Bruni, Antonio Gerardi, Donatella Finocchiaro, Emanuele Propizio, Raffaella Lebboroni. Commedia. *** ½

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Potremmo chiamarla la “linea Bruni della commedia italiana”, nel senso di Francesco. Parte da Ovosodo, passa per Caterina va in città e arriva a Scialla!, l’opera prima del fidato sceneggiatore di Paolo Virzì, qui giunto al terzo lavoro dietro la macchina da presa.

Nello spirito ha, accanto alla coscienza dell’irripetibilità del moloch (la commedia all’italiana), il senso del racconto inteso come crocevia di umori: territoriali, generazionali, umani. Nella pratica, lavora sul concetto di “coming of age”, che fa accadere nel quotidiano di un evento anomalo.

Se in Scialla! c’era la scoperta inconsapevole di un rapporto genitoriale, in Noi 4 l’attenzione era tutta sull’esame di terza media del figlio più piccolo di una ex famiglia in crisi. Piccole cose che, nella prassi, rifiutano il minimalismo per abbracciare la piccola epica di una gioventù alla ricerca del proprio posto del mondo.

A dispetto delle apparenze, Tutto quello che vuoi è però un film più complesso, un dichiarato omaggio di Bruni al padre malato di Alzheimer, trasfigurato nel personaggio interpretato da Giuliano Montaldo, a sua volta ultimo padre nobile di un certo cinema italiano (e tra gli attori c’è pure Arturo, figlio del regista).

Il vegliardo regista, che si è sempre divertito con cammei in film altrui (Un eroe borghese, Celluloide, Il caimano), è meraviglioso nel tratteggiare Giorgio Ghilarducci, poeta pisano trapiantato a Roma dal dopoguerra, pubblicato da Einaudi (bellissime le finte copertine d’epoca dei libri) e premiato ovunque, amico di Pertini e Pasolini, vedovo e un po’ accantonato dal mondo.

Come molti malati nella fase iniziale, l’anziano confonde, dimentica, s’illude di essere rimasto all’adolescenza. L’adesione umana di Montaldo ad un personaggio che potrebbe essere lui stesso (il sistema del cinema come quello della poesia) è davvero indovinata, ma è forse l’implicazione autobiografica a rendere Giorgio un personaggio vero e vivido.

È accaduto raramente che il cinema italiano sapesse raccontare questo dramma (il sottovalutato Una sconfinata giovinezza) e qui Bruni ci riesce perché sceglie di incrociarlo con la commedia, delegando a Giorgio una buffa tenerezza che ha a che fare con l’eleganza del vestiario, la gestualità, l’amabile simpatia.

Gli è complementare Alessandro, il vero protagonista della storia, un ventiduenne senza diploma che trascorre le giornate tra buffi e botte. Stanco di vederlo così, il padre fruttarolo gli trova lavoro come accompagnatore del poeta e, malgrado l’iniziale diffidenza, il ragazzo gli si affeziona talmente tanto che lo porta in Toscana, a cercare un tesoro nascosto durante la guerra e vagheggiato nella gigantesca poesia che ha inciso sul muro del suo studiolo.

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Grazie alla sapiente direzione di un autore interessato e attento alle dinamiche di una generazione spesso mal rappresentata, l’esordiente Andrea Carpenzano, con la faccia e il fisico da tossichello malinconico, è il perfetto contraltare di Montaldo perché sa donare sfumature inattese al suo personaggio sulla carta convenzionale.

Attorno ci sono comprimari azzeccati che da una parte confermano quanto la “linea Bruni” sappia raccontare Roma cogliendo l’humus di un quartiere specifico (come è avvenuto con il ghetto di Lasciati andare, scritto per Francesco Amato) e dall’altra manifestano la voglia di proporre personaggi diversi, su tutti la protettiva tabaccaia dell’ottima Donatella Finocchiaro.

Il fatto che ci sia di mezzo la poesia non costringe il film ad un posticcio lirismo, anche perché i versi di Giorgio (scritti da Simone Lenzi), nella loro semplicità epigrammatica che tende all’universalità, sono forse riconducibili alla linea antinovecentista, tra Sandro Penna e Giovanni Giudici.

Tutto quello che vuoi diventa così una divertente e commovente gita nella memoria da ricostruire e nella rimozione della coscienza civile, un vero racconto di formazione che, sotto gli insegnamenti sul senso del “fare poesia”, è un’educazione sentimentale fondata sulla potenza della trasmissione da una generazione all’altra.

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