Recensione: Sicilian Ghost Story

SICILIAN GHOST STORY (Italia, 2017) di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, con con Julia Jedlikowska, Gaetano Fernandez, Corinne Musallari, Vincenzo Amato, Sabine Timoteo. Drammatico. ***

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Forse dovremmo un attimo allontanarci per leggere meglio Sicilian Ghost Story, ed è un auspicio più che una suggerimento. Verrebbe da elogiarla anche oltre i suoi meriti, l’opera seconda di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, perché sta dimostrando – ancora una volta – quanto molti commentatori siano a disagio con qualcosa che, per dover di sintesi, potremmo chiamare la “rielaborazione”.

E chi giustamente ha parlato di evocazioni fantasy, da Tim Burton a Guillermo del Toro, ha forse sottovalutato quei pochi secondi in cui, dal televisore piazzato nel tinello della casa della protagonista, si sente l’incipit di Per amore… per magia, lontana, folle, dimenticata favola musicale di Duccio Tessari.

Spia di un complesso humus culturale che considera insieme alto e basso, lungi dall’essere semplicemente postmoderno, dichiara l’approccio di due registi affascinati dal potenziale fantasioso della realtà. E in un cinema, specialmente quello sulla storia nera della mafia, dominato – per forza di cose – dall’imposizione del realismo, è quantomeno da apprezzare il tentativo di questi due registi ambiziosi ed ingegnosi.

Ché poi le loro idee trovino, per me più qui che nel precedente mélo-noir Salvo, un esito efficace è un altro discorso, ma non si può decodificare un film del genere in parallelo con altri film sul genere (il pur originale La mafia uccide solo d’estate, che ha una prospettiva più smaccatamente civile) o solo in rapporto ad epigoni stranieri.

Partendo da uno dei più orrendi delitti di mafia, ricordato nella didascalia finale a beneficio dei viziati dal pericolo dell’oblio, Grassadonia e Piazza scelgono di raccontare la vicenda dal punto di vista di Luna, innamoratasi del compagno di classe Giuseppe, figlio di un “pentito infame”, che scompare all’improvviso.

Entrano nella storia uscendo dall’acqua di una fontana e la chiudono con un bagno a mare, eleggendo l’elemento a chiave di lettura di questo film sempre in apnea, che per evitare le secche del realismo mette letteralmente la protagonista sott’acqua con l’intenzione di immetterla in un mondo altro rispetto a quello reale.

Anche Giuseppe, nella sua lunga reclusione, scende fisicamente sempre più in basso, forse per cercare di incontrarsi con la ragazzina che ha compreso di amare leggendo la lettera solo durante il sequestro. Ma la porta tra i due livelli è forse nel bosco, pure disegnato nella cameretta con i tratti inquieti di chi cerca di capire qualcosa trasfigurandola nella creazione, con i suoi alberi imponenti dietro cui si nasconde la visione di Giuseppe.

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Come altro cinema contemporaneo meridionale, Sicilian Ghost Story recupera e reinventa la dimensione ancestrale nascosta da troppo orrore: non è un caso che si veda spesso il lago di Pergusa, dove Ade rapì Persefone, figlia della dea Demetra. Qui molti dei simbolismi del mito si emancipano e vivono di vita propria (gli animali, l’immersione, la morte).

Tra arditi grandangoli e soggettive sbilenche, racconta una Sicilia umida, fredda, disincantata, silenziosa ma che mai ignora la persistenza di un’eterna bellezza arcaica (la valle dei Templi, la celebrazione delle radici da parte del ragazzino occhialuto) e di uno sguardo ancorato ad una visione ancora infantile (“Faccia di porco”, il diario).

Grazie al fondamentale contributo del montatore Cristiano Travaglioli, i registi riescono a suggerire una sensazione di continuità tra reale ed onirico, ponendo così lo spettatore nella condizione di decrittare da sé quanta realtà ci sia nella fantasia e viceversa, straziandolo laddove il confine è esposto o indiscutibile (difficilmente dimenticabile la lunga e problematica immagine dei resti in acqua).

Annunciata sin dal titolo, è una storia di fantasmi (il ragazzino perduto e dimenticato, i genitori morti dentro, lo spettro di una madre senza senso materno, i cittadini omertosi) esaltata dalla fotografia di Luca Bigazzi, che continuerà ad essere condannata per il compiaciuto virtuosismo, la dimensione estetizzante, l’inadeguatezza fiabesca, la manipolazione della realtà. Ed essere apprezzata e difesa per le stesse cose, ribaltate.

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