La faccia di Toni Bertorelli

La sua vita borderline, Toni Bertorelli, l’aveva appena raccontata in un’autobiografia uscita l’inverno scorso. Chi aveva imparato a conoscerlo negli ultimi trent’anni di carriera poteva soltanto immaginare cosa ci fosse dietro la faccia segnata di questo finissimo attore che dimostrava più della sua età.

Tant’è che quando Paolo Sorrentino (uno che difficilmente sbaglia le facce) gli affidò, in The Young Pope, il ruolo del vecchissimo cardinale Caltanissetta, tutti pensammo che fosse l’attore perfetto, nonostante l’anagrafe. Come dimenticare l’immane fatica con cui l’anziano e mefistofelico prelato saliva l’altissima scalinata per raggiungere, in cima, il fulgido pontefice Jude Law?

toni-bertorelli

Eppure aveva solo 69 anni, Bertorelli, morto oggi dopo una vita trascorsa sulle tavole del palcoscenico, davanti alla macchina da presa e ai banconi dei bar. L’attore, infatti, era da poco uscito dal tunnel dell’alcolismo grazie all’amore della moglie e alla frequentazione degli Alcolisti anonimi, e aveva subito un trapianto di fegato che l’aveva allontanato dalle scene. Forse per questo lo vedevamo con quella faccia così vissuta, solcata da rughe severe, con gli occhi incavati in due buchi neri.

E ci sembrava strano che un volto così frequente ed incisivo nello spettacolo degli ultimi decenni fosse improvvisamente venuto meno tra il 2009 (il feuilleton Rai Rossella) e il 2014 (il pedante critico di Latin Lover). Considerando, poi, che negli anni precedenti la sua presenza fosse diventata quasi indispensabile per determinare un certo tipo di cinema d’autore.

Deve molto a Marco Bellocchio, che lo volle ne Il principe di Homburg, in Sangue del mio sangue (dove duetta meravigliosamente con Roberto Herlitzka, altra grande faccia del teatro) e soprattutto ne L’ora di religione, in cui è magistrale come conte Bulla che sfida a duello il pittore ateo Sergio Castellitto.

D’altronde l’alienata ed espressionistica recitazione del grande teatrante Bertorelli (sul palco accanto a Carlo Cecchi, Armando Pugliese, Franca Valeri, Valeria Ciangottini e mille altri), complice una fisicità antica e una voce sospesa tra fragilità e minaccia, sguazzava nel rappresentare personaggio fuori (dal) tempo, incisioni atipiche e fortemente caratterizzate nel suo finto minimalismo.

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È il caso del Grande Vecchio di Romanzo criminale, colto quasi sempre nell’oscurità, una voce ma anche una gobba, lo sguardo distaccato e la tangibile tensione. Ma anche del folle Zora la vampira, dov’è addirittura Dracula che, lasciata la Romania per l’Italia, viene trattato come un normale extracomunitario. E Le parole di mio padre, ispirato a La coscienza di Zeno, in cui segna la storia col suo capitale schiaffo.

Memorabile ispettore Pigna in Pasolini, un delitto italiano, controfigura di Montanelli ne Il caimano (con Nanni Moretti era già stato ne La stanza del figlio), piace ricordare Bertorelli anche per le collaborazioni con Carlo Mazzacurati (L’estate di Davide, il bellissimo La lingua del santo), Guido Chiesa (è il padre del Partigiano Johnny), Mel Gibson (La passione di Cristo), per qualche buona fiction (papa in Francesco, padre Cristoforo in Renzo e Lucia, don Sturzo in De Gasperi: una grande faccia clericale, non c’è che dire) e perfino per una manciata di scult (Visconti nel brutto biopic Romy, e poi L’onore e il rispetto, Il tredicesimo apostolo…). Una presenza che lasciava sempre il segno.

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